Ignazio Cutrò: il coraggio di avere coraggio
Intervista all’imprenditore testimone di giustizia tradito dalla burocrazia italiana
Questa è la storia di Ignazio Cutrò, imprenditore agrigentino che ha scelto di non piegarsi a Cosa Nostra, denunciando i propri estorsori ed aguzzini. Nonostante le minacce ed i continui soprusi, Cutrò ha scelto con coraggio di rimanere nella propria terra d’origine, anche dopo essere stato inserito insieme alla sua famiglia nel programma protezione per i testimoni di giustizia.

Ignazio Cutrò
La doccia fredda per l’uomo arriva qualche settimana fa, quando la “Serit” (agente riscossore nella provincia di Agrigento) gli fa recapitare una “comunicazione preventiva d’ipoteca” dell’importo di circa 86mila euro. Cifra relativa ad imposte che lo Stato avrebbe dovuto sospendere ma che invece l’imprenditore, privato finanche dei documenti necessari al riavvio della sua attività, si ritrova ora a dover pagare per scongiurare il fallimento.
Una vera e propria sconfitta per la legalità da arginare in fretta, onde evitare che nel sentimento collettivo si generi un’ulteriore sfiducia nei confronti delle autorità, diffidenza che sarebbe altrimenti capace di precludere volontà di denuncia a chi si trova o si troverà a subire prevaricazioni dalla malavita.
Ghigliottina.it ha raccolto la testimonianza di Ignazio Cutrò per comprendere meglio un esempio di realtà troppo spesso dimenticata.
- Ci spieghi chi è Ignazio Cutrò.
Ignazio Cutrò è un imprenditore di Bivona, paesino dell’entroterra agrigentino, zona in cui resiste lo zoccolo duro della mafia. Tutto inizia nell’ottobre 1999, quando viene dato fuoco ad un mezzo che avevo posteggiato in un cantiere. Proprio in quel frangente avviene la mia primissima denuncia, ad oggi siamo arrivati ad un totale di 28. Una cosa di cui posso vantarmi è che da me i mafiosi non hanno ricevuto mai una lira, perché nel momento in cui ho subìto intimidazioni sono ricorso immediatamente alla segnalazione presso le autorità competenti. Da quell’ottobre ’99 fino al 2006 si è verificata una serie di minacce ed attentati vari ai miei danni e a quelli della mia famiglia. Il culmine è però stato raggiunto a maggio 2006 con un incendio doloso a del materiale che stavo utilizzando per la mia ditta, veramente un duro colpo. A novembre dello stesso anno un nuovo attentato in cui è stato dato fuoco a tre miei mezzi, da lì nuove denunce e finalmente l’apertura di un’indagine seguita da nuovi soprusi. Nel 2008 sono arrivati i primi arresti per i responsabili di questi atti, mentre nel gennaio 2011 pesanti condanne e finalmente l’inserimento mio e dei miei cari nel programma protezione testimoni. Nonostante ciò, io e la mia famiglia non siamo voluti partire, non abbiamo voluto abbandonare la nostra terra per non lasciare spazio a chi avrebbe voluto cacciarci via.
- Perché tanto odio?
Tanto odio perché io, come tutti gli imprenditori liberi, nel momento in cui c’era da prendere in consegna un lavoro non sono andato mai a bussare alla porta del boss di turno. Invece qui la maggior parte degli imprenditori paga il pizzo senza denunciare, non capendo che il nemico non sono le forze dell’ordine o la magistratura, ma che il vero nemico è la mafia. Tengo però a precisare che non mi sento un eroe, sono semplicemente un cittadino che, in piena coscienza e dignità, ha scelto di fare il proprio dovere. Gli eroi sono le persone che ogni giorno rischiano la vita per la giustizia e la legalità, coloro che noi cittadini dovremmo accompagnare nella loro missione svolgendo il ruolo di supporto che ci spetta.
- Vista la sua travagliata esperienza, quali sentimenti nutre adesso nei confronti dello Stato?
Molti giornali hanno scritto “Ignazio Cutrò abbandonato dallo Stato”, ma terrei a chiarire che quello che io considero il “vero Stato” non mi ha abbandonato. Per “vero Stato” intendo le forze dell’ordine, i carabinieri rappresentati dal generale Amato che ogni giorno proteggono me e la mia famiglia, la magistratura, la dda di Palermo. Ad abbandonarci è stata invece quella fetta di Stato rappresentata da certi politici locali e nazionali che non sono stati in grado di realizzare leggi mirate a salvaguardare i testimoni di giustizia. Noi testimoni siamo merce di scambio, carne da macello. Perfino i pentiti sono tutelati in maniera nettamente superiore rispetto a noi. Anche su questo c’è da fare le nette distinzioni: testimone di giustizia non equivale a pentito o collaboratore, perché questi ultimi due aggettivi si usano per definire qualcuno che mafioso era e che, pur essendosi “pentito”, mafioso rimarrà sempre. Il testimone è invece chi ha scelto di credere nelle istituzioni e nella legalità. Il mio sentimento verso lo Stato che ha saputo proteggermi è di fierezza ed ammirazione, mentre quello nei riguardi dello Stato burocratico è di profondo rammarico. Nonostante questo non mi pento della scelta fatta, anzi continuo nel mio impegno grazie al travagliato percorso che abbiamo affrontato per dar vita all’associazione anti-racket “Libere Terre” e alla nostra fattiva azione sul territorio.
- A che punto pensa sia giunta l’azione di contrasto alle organizzazioni malavitose da parte delle istituzioni?
Secondo la mia opinione, da parte di quella fetta di Stato che giornalmente opera in maniera diretta per combattere la mafia c’è massimo impegno e volontà. Ma purtroppo troppo spesso sentiamo che la loro azione è frenata perché magari gli agenti non possono prendere servizio a causa della mancanza di carburante per le vetture o, addirittura, che negli uffici delle autorità competenti manca la carta per le fotocopie. Ancor più grave è la mancanza di leggi adeguate che consentano di condannare i politici corrotti e l’immunità che preserva i parlamentari da qualsiasi accusa. Finché non si colpirà al cuore il legame di collusione tra politica e mafia, distruggere la malavita sarà impossibile. Come diceva Libero Grassi, dobbiamo stare attenti a chi votiamo perché se il nostro voto va ad un politico corrotto, quest’ultimo una volta eletto si adopererà per mettere a punto strategie che favoriscano la mafia. Aldilà della sua posizione, chiunque intrecci legami con la malavita deve pagare i propri sbagli con la galera.
- Nell’ambito della “campagna” di sensibilizzazione dell’opinione pubblica attuata mediante la testimonianza della sua esperienza, quale riscontro ha avvertito fino ad ora dalla gente?
Le persone che intervengono ad incontri e manifestazioni lo fanno dimostrando calore e partecipazione. Il problema vero sta nel fatto che queste non dovrebbero rappresentare eccezioni, ma la normalità. Finché il cittadino non si ribella, la mafia non potrà mai essere distrutta definitivamente. Almeno parlando della mia provincia, posso dire che qui la gente ha paura di avere coraggio. Certo, questo non vale per tutti: lo dimostrano i comitati spontanei e le persone che stanno offrendo vicinanza a me ed alla mia esperienza, quindi forse pian piano qualcosa sta cambiando. Ma rimane il fatto che non riesco a comprendere perché anche qui nell’agrigentino, come accaduto a Palermo in occasione di arresti eclatanti, la gente non scenda in piazza per dimostrare di star abbattendo il muro dell’omertà. Reagendo e collaborando realmente, il mondo civile può far in modo che la malavita muoia ed i mafiosi non abbiano più scampo.
- Se le dico “speranza”, ad oggi cosa sente di rispondere?
La mia speranza è che io non sia costretto a dover chiedere protestando qualcosa che dovrebbe invece essermi dovuto. So già cosa ho provato nel dicembre 2010 incatenandomi davanti un Tribunale per cercare protezione per me e la mia famiglia, andando così ad intaccare la mia dignità di uomo, padre di famiglia ed imprenditore. Spero che in questi giorni vengano presi provvedimenti in grado di evitare che io sia costretto ad iniziare lo sciopero della fame e della sete. Sono disposto a lasciarmi morire finché non riceverò una risposta certa. Denunciare è una questione morale, ma quando il mondo politico non agisce di fronte a vicende come la mia, qual è il messaggio che dobbiamo dedurre? Che gli imprenditori farebbero meglio a rimanere in silenzio onde evitare il fallimento? Il mio messaggio è invece l’opposto: è fondamentale denunciare e, se per ottenere qualcosa c’è bisogno di lottare, allora lottiamo.
(fonte immagine: www.agrigentoweb.it)
