0

I rifiuti dei “ricchi” che uccidono il terzo mondo

Share on Facebook
Share on LinkedIn
Share on StumbleUpon
Bookmark this on Delicious

Il mondo dei ricchi che infetta quello dei poveri. Fiamme che divorano computer, motori di hard disk, pezzi di alluminio, le guaine dei cavi elettrici e la plastica delle prese e delle schede elettroniche, generando un fumo che avvolge ogni cosa di una nebbia infernale e tossica. Bambini che respirano veleni e che come bestie scavano tra i rifiuti elettronici per trovare un monitor da frantumare a sassate e bruciare le parti interne. Altri ragazzini con tanti sacchetti in mano al cui interno mettono i pezzi degli elettrodomestici difettosi ma riciclabili, tempo prima passatempo dei ricchi occidentali, e vanno poi a rivenderli in cambio di un po’ di riso o di una coscia di pollo.

Benvenuti in Uganda, Nigeria, India, Cina e nelle Filippine. Benvenuti negli slum avvolti dai fiumi tossici trasformati in discariche dei prodotti tecnologici dei paesi ricchi. Sono in posti come questi che vengono smaltiti i vecchi computer, le vecchie televisioni e tutti gli oggetti al cui interno possono ancora esserci pezzi riutilizzabili e vendibili a pochi soldi. Un piccolo prezzo che però fa gola a bambini di sette, otto, nove anni o anche di più, che non conoscono le ultimissime stime dell’Onu sulla produzione di rifiuti elettronici, che forse nemmeno sanno che esiste un’Organizzazione delle Nazioni Unite e un altro mondo lontano da quel fumo tossico. Secondo un rapporto del 2009 del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Recycling – from E-waste to resources) ogni anno si producono 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici.

In cima alla lista ci sono gli Stati Uniti, con 3 milioni di pezzi, e a seguire la Cina con 2,3 milioni. Saranno i paesi in via di sviluppo poi, secondo sempre stime Onu, a incrementare drasticamente la produzione di rifiuti elettronici nei prossimi anni. Si stima che in Sudafrica e Cina ci sarà un aumento del 400 per cento e in India del 500 per cento.

Ma che regole ci sono che stabiliscono quanti rifiuti si possono smaltire, dove e le pene per chi trasgredisce? Chi c’è dietro questo commercio silenzioso verso le discariche africane e di altri luoghi devastati dalla povertà o ancora troppo deboli per ribellarsi ai paesi forti? Nel 1989 è stata firmata la Convenzione di Basilea che vieta a livello internazionale lo scarico di rifiuti elettrici, da parte dei paesi ricchi, nei luoghi più poveri del mondo senza autorizzazione. Sono stati 172 i paesi a sottoscriverlo ma gli Stati Uniti non l’hanno mai ratificato. Dopo Basilea, l’Unione Europea ha introdotto altre direttive per regolare il riciclaggio e lo smaltimento dei rifiuti elettrici: la Weee e la Rohs, che limita l’uso di piombo, mercurio nella costruzione degli apparecchi.

In Germania le regole sono le più rigide e chi spedisce rifiuti verso l’Africa rischia il carcere. Ma le indagini internazionali confermano che ogni anno sono centomila le tonnellate di rifiuti che arrivano al sud del mondo. Traffici tortuosi, passaggi tra i porti più importanti del mondo, corruzione, aziende complici, questi gli “ingredienti” che rendono possibile alle aziende di riciclaggio di spedire i componenti non più rivendibili verso le zone dove lo smaltimento costa meno, l’Africa su tutte.

Sono i prezzi ad alimentare questo commercio silenzioso e illegale, basti pensare che in Europa lo smaltimento di un vecchio monitor costa circa 3,50 euro e invece spedirlo verso il terzo mondo non più di 1,50 euro.

Uno dei luoghi più simili all’Inferno, uno degli slum più terribili abitato da ragazzini che accendono fuochi di smaltimento e si feriscono le mani alla ricerca di computer vecchi e plastica, si trova ad Accra, la capitale del Ghana. Qui i ragazzini vagano come zombie tra montagne di rifiuti, un tempo oggetti tecnologici usati dai ricchi, ammucchiando plastica da bruciare, tagliandosi le mani per scavare e staccare componenti ancora intatti e respirando veleno. Occhi rossi e irritati che probabilmente porteranno a malattie ben più gravi e la speranza di qualche soldo, un piatto di riso, un po’ di verdura anche marcia e un posto dove dormire. Questa la vita e le speranze dei bimbi dello slum di Accra, dove esiste una specie di passaparola che raggiunge tutte le famiglie povere della zona: alla discarica anche i bambini più piccoli possono guadagnare abbastanza per mangiare. E così arrivano in tanti, di tutte le età, e non passerà molto per comprendere regole e gerarchie presenti anche in un inferno del genere.

A 25 anni puoi ambire a essere un pesatore addetto alle bilance a cui i bimbi più piccoli portano i loro sacchi pieni di metalli da computer da rivendere alle fonderie e ambire, così, a una paga di circa un euro. Chi ha 18 anni di solito spinge rudimentali carretti costruiti con ruote vecchie e legni bucati e raccolgono per la città i rifiuti elettrici dagli importatori per poi scaricarli allo slum. Slum che diventa come una casa per alcuni bambini di Accra e così, tra fuochi accesi, rifiuti e i sentieri ricavati dalla spazzatura, sorgono anche alcune baracche con materassi sudici, controllate dai ragazzi più grandi che danno l’affitto “a ore” dei posti letto in cambio di sacchetti pieni di componenti elettronici da rivendere.

Anche Greenpeace ha messo piede ad Accra l’anno scorso e ha visitato due aree di smantellamento e di riciclaggio illegale, una al mercato di Agboblogshie e l’altra nella vicina città di Korforidua. I campioni, prelevati sia da aree dove i rifiuti vengono bruciati all’aperto che da una laguna superficiale ad Abogblogshie, contengono metalli tossici come il piombo anche in quantità cento volte superiore ai livelli trovati in campioni di suolo e sedimenti non contaminati. Nella maggior parte dei test sono stati trovati gli ftalati, sostanze conosciute per interferire con il sistema riproduttivo. Queste sono le trappole invisibili degli slum-discariche, dove vengono svuotati i container pieni di computer e televisori che l’uomo bianco non vuole più.

Qualche bambino gioca a calcio, qualcun altro si raggomitola a terra per riposare non curandosi dell’aria avvelenata e irrespirabile. Per loro è un po’ come essere a casa, l’unico luogo dove possono fare qualche soldo per sopravvivere, come cani che scavano nei bidoni di spazzatura, come animali indifesi che si adeguano al più forte. Questo è lo slam. Un luogo chiamato “Sodoma e Gomorra” dagli abitanti di Accra, perché è qui che arrivano i veleni come il fuoco e lo zolfo che sembrano cadere dal cielo, proprio come sulla città punita da Dio e narrata nella Bibbia.

Commenti

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.

*