Guerre dimenticate
Quei conflitti disseminati nel mondo che l’informazione non ci racconta più.
Dondolano tristemente al vento come sconsolate foglie del grande albero che si chiama pace, sono le bandiere con i colori della fratellanza esposte alle finestre, ai balconi di migliaia di case, sono bandiere ormai quasi sbiadite, sono bandiere che però restano lì e vogliono significare a tutti che la pace è possibile, che essa è l’alba oltre le macerie di Bagdad, di Kabul e di tutte le altre conflittualità che insanguinano il rispetto tra gli uomini.
Sono vessilli d’amore tra quelle guerre che la velocità dei media scalza ad ogni passo dopo averle consumate nelle immagini, sulle pagine dei giornali, dove per lo più troneggiano il gossip e quanto di più becero e ignobile possa essere venduto come “informazione”.
Conflitti disseminati in ogni parte del mondo, a pochi passi da noi, causano ogni anno centinaia di migliaia di morti, ma nessuno ne parla, o meglio l’interesse è sviato altrove. Tutti sanno dei traffici d’armi, di materiale di distruzione e di morte. Bene, il gossip vende di più. Ma quale informazione stiamo seminando? Quale umanità stiamo creando?
Tutti coloro che ancora espongono quelle bandiere sanno che la pace è una conquista che si fa a piccoli passi e non si può recedere neanche un poco, occorre la perseveranza, occorre il coraggio di guardare e dire che non è finito niente se anche una sola persona muore assurdamente, se anche una sola è privata della propria casa, della propria libertà, dei propri affetti.
Sono i nostri sentimenti a dover essere esposti, continuamente, è nei nostri comportamenti che si celebra la lode vera della pace. Malgrado il silenzio dei media, nel mondo si continuano a combattere decine e decine di guerre, il “macello” Iraq non è affatto concluso, anzi questo conflitto ha reso ancora più instabile tutta la regione.
Sia ben chiaro, la pace non è la semplice assenza di guerra, ma qualcosa da costruire giorno per giorno, un progetto concreto per ogni uomo e per ogni popolo che va incoraggiato sostenuto alimentato, coadiuvato da cambiamenti radicali nel senso della giustizia sociale, con la riduzione della povertà, democratizzando e alfabetizzando la società, aumentando le risorse per il sostegno dei popolo sottosviluppati, ponendo un limite alle depredazioni ambientali (leggi Africa, Nigeria, petrolio). La vera pace mondiale nasce da questo nuovo ordine, da questo rispetto globale, per gli uomini e per la natura e le sue risorse.
Resta da chiedersi il perché dei conflitti dimenticati, perché i mezzi di informazione puntino su alcuni di essi ed altri no, perché ci siano guerre più dimenticate di altre come se la guerra avesse delle gradazioni d’importanza, come se esse fossero più o meno “notiziabili”. Ci sono guerre molto vicino a casa nostra di cui ci accorgiamo solo quando dei disperati vengono a bussare alla nostra porta, perché fuggiti dal loro Paese, dalla miseria, dall’ignoranza, dalla fame.
Ci sono evidentemente per “l’informazione” guerre di serie A e guerre di serie B, quelle per cui fare lunghi speciali e quelle di cui dare solo un breve spaccio d’agenzia, quelle che possono andare tranquillamente dopo la notizia che, a gennaio, ha nevicato sulle Alpi abbondantemente, quelle che si chiamano Costa d’Avorio, Congo e le altre non spendibili politicamente.
Questa è l’imbarazzante informazione in Italia, la mediocrità di un giornalismo che si appella alle regole del mercato senza badare troppo alla dignità della professione, dove i telegiornali con i loro servizietti stile pubblicità (anche del servizio pubblico) suggeriscono i luoghi per le vacanze, dove godersela e spendere e spandere (è lecito per carità), indugiano sui farabutti, sulle prostitute, sul calcio (undici e più miliardari che tirano calci ad un pallone), sulle veline, sul Grande Fratello.
Un’informazione e un giornalismo che non vedono quasi più fumare le macerie di Bagdad, della Cecenia, dell’Afganistan quando ci tocca da vicino, come anche il conflitto israelo-palestinese, e che non ci parla mai di quei 50 e più conflitti disseminati nel mondo, dei quali veniamo a conoscenza solo facendo approfondite ricerche sul web. In Papuasia o in Burundi (ma dov’è la Papuasia? Diranno i miei piccoli lettori) si combatte da tempo con criteri che hanno poco a che fare con la strategia militare: sono quotidiane la guerriglia, il genocidio, il terrorismo e quanti altri crimini contro l’umanità è possibile enumerare. Ma nessuno ne sente mai parlare, occorre sapere però che esse sono combattute con armi obsolete provenienti dagli arsenali delle grandi potenze, niente tecnologia “intelligente”, vecchi carri armati, kalashnikov.
Brevemente il bollettino di guerra: il 90 per cento delle vittime sono civili, i rifugiati crescono esponenzialmente, 8 milioni di bambini feriti o uccisi negli ultimi dieci anni, altri distrutti nella psiche, altri rapiti e arruolati. Poi ci sono le mine. Antiuomo, antitutto. Tutto questo e nessuno ha mai visto una edizione straordinaria del TG dal titolo “il nostro pianeta è in fiamme!”.
Queste sono guerre internazionali che una informazione “provinciale”, “politicizzata”, non può analizzare a dovere; sono guerre civili, separatiste, etnico-tribali, di religione. C’è conflitto in Congo, Sierra Leone, Angola, Liberia, Algeria, ex Jugoslavia, la Cecenia, l’Irlanda del Nord. E ancora, di religione in Sudan, nelle Filippine, in Pakistan per il Kashmir dove tra induisti e islamici si minaccia persino la bomba atomica.
Le guerre sono uguali per i vincitori come per i vinti, ne sa qualcosa la nostra vecchia Europa. Tutte le guerre hanno la loro radice nella rabbia della conquista, la presunta superiorità di un uomo su un altro, tutte le guerre germinano dall’odio, dalla povertà e sono tutte figlie del sonno della ragione. Dobbiamo svegliare questo silenzio, questo mutismo dei media, perché l’informazione sia più completa, perché queste guerre in un mondo globalizzato bussano costantemente alla nostra porta, dobbiamo esporre le bandiere delle pace nei nostri cuori e scavare per raggiungere la verità, dobbiamo illuminare le macerie perché sopra non vi crescano rovi e sterpi e nessuno ne sappia più nulla.
