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Gli immigrati senza documenti

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Stranieri in rivolta contro la sanatoria: “Una discriminazione tra discriminati”.

Vive a Ferrara e si occupa di nonna Rina, come la conoscono nel quartiere e ai giardinetti che spesso frequenta. Si chiama Margherita, è moldava, ed è giunta alle porte della centenaria città emiliana in cerca di un lavoro. I soldi le servono per mantenere a distanza le sue figlie e per pagare loro le spese universitarie. Nonna Rina ha deciso di tenere con sé Margherita, di regolarizzarla,  spinta non solo da esigenze pratiche ma anche da un senso di affetto nato lentamente, durante quattro mesi di quasi convivenza. Ora Margherita non è più una badante in nero, bensì una straniera regolarizzata.

Come per lei anche per altre colf e badanti dal 1 settembre al 30 dello stesso mese è stato possibile ottenere la regolarizzazione grazie alla sanatoria emanata dal Governo. A termini scaduti il Viminale ha contato 294.744 domande di emersione per lavoratori extracomunitari arrivate alle prefetture.

Ma non è tutto oro ciò che luccica. Allo scadere dei termini utili per la presentazione delle domande gli altri immigrati irregolari hanno gridato “alla discriminazione tra discriminati”. La sanatoria, infatti, ha tenuto conto solo di colf e badanti lasciando ai margini della questione il resto degli stranieri presenti sul territorio nazionale Immigrati approdati sulle nostre coste a bordo di barche sovraccariche, dopo viaggi della speranza durati settimane, e che spesso hanno visto morire familiari e amici nelle acque del Canale di Sicilia, dopo che le loro imbarcazioni sono affondate per il troppo peso sostenuto.

Chi è sopravissuto ha lavorato per lo più nei campi, per strada o nei cantieri. Al mercato di Viale Papiniano a Milano, ad esempio, Abderrahim, maghrebino, è irregolare. Ha pagato 3.500 euro per arrivare in Italia: il biglietto meno caro perché «per arrivare in Francia avrei dovuto pagare seimila euro». Gentile ed educato, sostiene che questa sanatoria dovrebbe essere estesa anche agli altri lavoratori.

In tanti per aggirare l’ostacolo e poter ottenere il permesso di soggiorno si sono finti badanti, per poi tornare tra i banchi di frutta e verdura o nei campi a svolgere altre mansioni, invece di stare in qualche casa ad assistere malati e anziani non autosufficienti.

Tra le fila degli esclusi dalla sanatoria ci sono anche tanti contadini, trattati quasi come gli schiavi delle fazendas brasiliane prima dell’abolizione della schiavitù. Uomini e ragazzi che ogni mattina camminano sotto il sole cocente per raggiungere il campo dove lavorano trascinando con sé una sacca vecchia e sporca, che forse contiene un pezzo di pane e una bottiglia d’acqua. Ci sono altri che invece aspettano sul ciglio della strada, in gruppi di cinque o sei, un furgone che da lì a poco passerà per caricarli  e portarli in un cantiere. Se qualcuno poi dovesse morire, nella migliore delle ipotesi sarà abbandonato alle porte dell’ospedale più vicino, come è accaduto a Ragusa, in Sicilia, a Josif, rumeno di 46 anni morto per avvelenamento da metanolo.

Loro, tutti loro, non hanno avuto diritto alla sanatoria. Sono ancora irregolari e se saranno fermati dalle forze dell’ordine saranno cacciati indietro come pacchi postali su cui non è stato inserito correttamente il nome del destinatario. Per questo in molti si sono ribellati. Tanti di loro due settimane fa erano per le strade della Capitale a manifestare per i loro diritti di esseri umani, per chiedere un’altra sanatoria estesa anche a loro. Dopo il corteo tanti sono rimasti in città chiedendo un  incontro con le autorità preposte del Ministero dell’Interno, con i Presidenti delle Camere e di tutte le istituzioni competenti in materia. Il più richiesto dopo le aperture dell’ultimo periodo sulla questione dell’accoglienza verso gli extracomunitari era proprio il presidente della Camera Gianfranco Fini.

Fini,  intervenendo a Stresa al convegno “Identità e differenze”, promosso dall’associazione Iniziativa Subalpina, ha dichiarato che “sarebbe molto più virtuoso e intelligente stimolare la partecipazione attiva alla cittadinanza riducendo i tempi a sei/sette anni, non solo chiedendo di esibire documenti di residenza o fiscale, ma mettendo in atto un percorso virtuoso che porti a dimostrare la padronanza della lingua o la conoscenza della storia, a un giuramento laico sui valori della nostra costituzione. E non ci vedrei niente di male – ha concluso – nella revoca della cittadinanza nel caso questo patto venisse infranto”.

Parole serie, frutto di un ragionamento lucido sulla situazione attuale degli immigrati in Italia. Ma per convincere la Lega, da cui conti alla mano dipende la stabilità del governo Berlusconi, servirà ben altro.

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