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Giallo a Milano

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Film documentario del regista Sergio Basso sulla comunità cinese di Milano.Prodotto da La Sarraz Pictures con il contributo di RaiCinema , sarà nelle sale fino a Maggio. Il documentario è stato realizzato fra Ottobre 2008 e Aprile 2009- Nel Novembre 2009 il film ha partecipato al 27° Torino Film Festival.

Il film è accompagnato da una piattaforma crossmediale, visibile all’indirizzo http://www.corriere.it/spettacoli/speciali/2010/giallo-a-milano/  risulta essere il primo tentativo di questo genere in Italia.

Il regista, affiancato dal sinologo e sociologo Daniele Cologna, si è raccontato al pubblico durante un incontro in Feltrinelli a Milano. Ne Abbiamo approfittato per fargli alcune domande.

Sergio Basso, perché hai scelto di raccontare la realtà cinese di Milano?

Fin dal 1990 volevo uscire dal bacino Mediterraneo per tornare più consapevole. Dal 1996 vado in Cina ogni 2/3 anni per stare dai 3 ai 7 mesi. Per lavoro e per passione io giro documentari, la scommessa era quella di girare documentari-lungometraggi per l’uscita nelle sale. Quest’ultimo è un progetto che accarezzavo da 5 anni e che rimandavo perché sentivo molto pesante.

Ho voluto incrociare l’amore per la Cina e quello per il cinema. Sentivo la necessità di raccontare. Insieme a Daniele Cologna, sinologo e sociologo che si occupa della comunità cinese a Milano, ho deciso di farlo. Daniele era il palo migliore per capire quali fossero le sacche non raccontate o male raccontate. Conoscere la lingua cinese ci ha fornito un accesso particolareggiato alla comunità.

Perché hai scelto il documentario e la piattaforma crossmediale?

Mentre il film è una drammaturgia chiusa, i documentari sono aperti.

Dopo mesi di preparazione abbiamo tirato fuori la telecamera. Siamo stati molto tempo con la gente: è come stare in un prato e sintonizzarsi sui profumi dominanti, ci vuole un po’ per il naso. Quando abbiamo messo le telecamere in Paolo Sarpi la gente sapeva già tutto. La comunità cinese non è una comunità chiusa, venivano per raccontarsi.

Proprio da questo è nata l’idea della piattaforma crossmediale: avevo raccolto molto materiale, poteva diventare un working progress. Abbiamo deciso di fare una sorta di “Giallo a Milano 2”. La piattaforma crossmediale è un portale che usa Internet come medium di riferimento e incrocia più media fra loro. Quindi, oltre al documentario-film nelle sale, con gli stessi personaggi si è creata una sorta di Wikipedia tridimensionale, per proseguire il viaggio dello spettatore.

Come è stato, rispetto alle aspettative di partenza, l’arrivo e l’incontro della comunità cinese con la cultura italiana e la realtà milanese?

Esiste la “delusione migratoria”, l’ideale sarebbe un mondo per cui migrare significa guardare su Internet indici internazionali tipo le relazioni di alfabetizzazione, occasioni di lavoro , eccetera… e allora la partenza verso l’Italia perché va bene per me: questa è migrazione di alto borgo. Questa non è l’immigrazione standard del 92-95 % delle persone, magari irretite da gente senza scrupoli che sfrutta da una parte la disperazione dall’altra un diritto fondamentale, ovvero cercare una felicità maggiore. Il documentario si focalizza proprio sul problema della delusione migratoria.

Magari il cinese stava meglio in Cina, guadagnava meno ma con gli affetti vicini. Forse ora molti tornerebbero ma ormai hanno un debito migratorio, hanno investito soldi.

Hanno messo shi mianzi, la faccia: tornare sarebbe un fallimento. È una questione d’onore.

Mi vengono tre idee: nella storia dell’umanità le prime generazioni migranti sono sempre chiuse; secondo, la comunità cinese è mimeticamente e etnicamente più visibile di altre; terzo, hanno delle forme di intrattenimento molto diverse dalle nostre, noi italiani ci sentiamo più vicini ai brasiliani. Io ho vissuto in Cina e non mi divertivo: al cinema non vanno, hanno dvd ad un euro, solo karaoke, birra, morra cinese. Una classica serata cinese!”

Un giovane personaggio dei film dice: “Il mondo migliora mischiando le cose…”; Basso sostiene:  “se in una sala si ballano in due gruppi separati Walzer e Tango, forse l’ideale è creare tutti insieme un ballo nuovo, un bel mix che scateni tutti quanti”

Per saperne di più:

http://www.corriere.it/spettacoli/speciali/2010/giallo-a-milano/

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