Generazione solitudine
Il problema dell’incomunicabilità tra genitori e figli.
I ragazzi sono in difficoltà e di solito la responsabilità viene attribuita al rapporto con i genitori, a quello scontro generazionale che qualche tempo fa era un incontro per imparare il saper fare, il saper essere; voglio dire, le generazioni erano vasi comunicanti dove le conoscenze si riversavano amognuno della scala, oggi è la solitudine che mura la comunicazione, l’apprendimento del saper vivere, e invece regna la solitudine dei nonni, la solitudine dei genitori che non hanno più il ruolo di modelli educativi, rimpiazzati come sono dai media.
Vi è la necessità dell’ascolto degli adulti, di nuove finalità e di forme diverse di felicità, ci vorrebbe anche una società più giusta per riscoprire i principi, gli ideali e tutte quelle forme di stimolo alla creatività. Questa crisi è nel rapporto tra le persone, nella famiglia, questa sofferenza riguarda le sfere dell’etica e pregiudica le basi dell’educazione. L’armonia del “sistema” famiglia sussiste solo se i soggetti in campo si adattano l’uno all’altro, raggiungendo un grado di compatibilità.
Solo appianando le divergenze si possono stabilizzare i rapporti, solo favorendo la conoscenza reciproca. Molti genitori non si adattano al carattere del proprio figlio, molti figli non si adattano ai caratteri dei propri genitori, subentra l’incomunicabilità e il conflitto, i sotterfugi e tutto il resto. Per capire l’altro bisogna conoscerlo. Il mestiere del genitore è difficilissimo, ma spesso manca la capacità di far interagire i figli con gli stimoli caotici che vengono dall’esterno del sistema famiglia. Ecco allora subentrare la difficoltà educativa, che potrebbe essere appianata solo con una adeguata maturità affettiva.
Sintonizzarsi, termine più appropriato forse non c’è: questo la parte genitoriale dovrebbe fare. Prima ascoltare, poi educare. La comunicazione unilaterale non ha senso, specie nel campo minato di questo mondo dove la giustizia, i retti consigli di chi ha vissuto prima di noi, sono messi in grave difficoltà da una realtà piena di ingiustizia che sembra tutto vanificare.
Stiamo costruendo una società liquida che si rimescola continuamente, l’elemento proprio in cui si muove l’homo consumens, una società che si autodistrugge spossata dalle troppe esigenze – lavoro, salute, sicurezza, successo, sesso, fame -.una società dove si vuole tutto e subito. Gli adulti hanno trasmesso questi concetti alle giovani generazioni e li hanno involontariamente avviati al consumismo, al permissivismo, e lo spazio per l’educazione tra questi elementi è confuso, irriconoscibile.
C’è bisogno di una valvola di sfogo sia per gli adulti che per i giovani; i social networks stanno rivoluzionando il mondo della comunicazione, ci sono svaghi a non finire, eppure questo non basta, forse perché il nostro bisogno di consolazione non può essere colmato. E non è forse poi tanto questo il problema, quanto il bisogno di una riscoperta dell’etica, perché abbiamo detto ai giovani che l’etica non paga, che vale solo il denaro e quant’altro, che le virtù sono cose obsolete.
L’etica è come una linfa nell’agire dell’uomo, ci abbiamo messo una pietra sopra, l’abbiamo annullata con l’indifferenza. Come un cartello stradale che venisse rovesciato, l’uomo crede di assurgere all’onesto, ma invece s’inganna nella direzione opposta, dove vale di più l’arte di arrangiarsi che il merito. Questa indifferenza sta alla base della crisi generazionale, ed è un mancato bilanciamento tra il caos sociale e il contenitore familiare che è il luogo dello stimolo morale e della giustizia.
Non dobbiamo avere paura di scadere nella retorica se parliamo di virtù, di etica e di morale ai giovani, non si è retorici o obsoleti quando c’è in gioco il senso di una generazione. Dobbiamo deciderci a dichiarare quali saranno i valori che vogliamo si impongano, dobbiamo abbattere il muro della solitudine che ci separa da tutto.
Mi piace concludere citando un brano da “Gita al faro” di Virginia Woolf, che esemplifica molto bene quello che l’uomo moderno vive, quella solitudine che ho cercato di esplicare. Durante il pranzo: “non c’era traccia di fusione. Sedevano tutti separati l’uno dall’altro. E lo sforzo di fondere, di far convergere, di creare, gravava tutto su di lei (la signora Ramsay). E di nuovo, senza rancore, come un dato di fatto, sentì la sterilità degli uomini, perché se non ci pensava lei, non ci avrebbe pensato nessuno; e quindi, dandosi quella leggera scossa che si dà ad un orologio che si sia fermato, fece ricominciare quella vecchia pulsazione familiare, così come si fa ricominciare il ticchettìo dell’orologio, uno, due, tre, uno, due, tre”.
È stato creato un momento di comunicazione, un momento felice di vita, di fusione spirituale fra vari esseri umani, anche se ciascuno dei commensali, non appena terminato il pranzo, torna a murarsi nella propria solitudine. L’importante, tuttavia, è che sia stato creato, questo piccolo miracolo quotidiano, fiammifero acceso all’improvviso nel buio, che ha spazzato via le barriere e l’indifferenza, che mai sono il terreno fertile per far crescere la comprensione di chi amiamo intorno a noi.
