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Gang: tra violenza e codici

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Essere parte di qualcosa che forma il tuo modo di vedere il mondo. Creare una serie di regole che sono come dei dogmi da rispettare e chi non lo fa è fuori e va punito. Sentirsi integrato in un credo fatto di segni, simboli e violenza dove chi non è come te è da tenere lontano o guardare con diffidenza.

Un linguaggio silenzioso fatto di gesti, riti e graffiti, tutto apparentemente insignificante ma che, per chi li conosce, rappresentano un simbolismo che può rappresentare l’accettazione o meno nel gruppo, l’anticipazione di una violenza o di un’iniziazione. Sono questi i fili conduttori che legano e danno vita alle gang giovanili. Un fenomeno che ha l’aspetto silenzioso di qualcosa di invisibile, lontano dal centro delle città ma che ha una sua forma e una sua struttura non accessibile a tutti, come in un mondo parallelo che però, chi ne fa parte, ne conosce regole e conseguenze.

Possiamo parlare degli Stati Uniti, dei Latin Kings a New York, dei membri Latino-Americani, della loro struttura gerarchica piramidale, della violenza, delle armi, delle altre gang con cui si spartiscono i quartieri, ma possiamo anche parlare dell’Italia, di alcune città, come Milano, Roma, Genova, Torino, dove questi gruppi si stanno ritagliando sempre più spazio, o forse, già ne hanno così tanto che nemmeno lo si può immaginare perché anche da noi sanno rendersi invisibili.

Era il 13 febbraio scorso quando in Via Padova a Milano è esploso l’inferno e ha perso la vita un ragazzo egiziano di 19 anni in seguito ad uno scontro tra cinque latinos e tre africani e così, tv e giornali, hanno per l’ennesima volta ripreso a parlare di integrazione condendo il tutto con i termini di “latinos” e “gang”. Ma è possibile districare l’impenetrabile esclusività di questi gruppi così legati all’etnia di provenienza? Si può trovare un codice interpretativo ai loro linguaggi in codice sia verbali che fisici? Meglio partire dall’inizio, da come anche l’Italia è diventata scenario di dinamiche legate alle gang.  Il fenomeno delle bande giovanili non è recente.

Le prime sono nate a Genova nei primi anni 90, quando nel capoluogo ligure approdarono dall’Ecuador migliaia di donne con figli a seguito, ma senza mariti. L’indefinibilità di sentirsi a casa in un paese straniero ha plasmato l’identità di questi giovani proprio nel rifugio della “gang”. Oggi queste bande sono diffuse nelle principali città italiane e i membri non sono però solo latinoamericani. Slavi, arabi italiani, ecco le altre etnie, senza dimenticare il popolo asiatico, così silenzioso e defilato, che inevitabilmente spinge anche i suoi giovani a riunirsi in gruppi. Secondo alcune stime sarebbero mille i ragazzi nelle gang in Italia e Milano sarebbe il centro principale.

Le regole sono precise e sembrano riproporsi, più o meno nelle stesse modalità, nella maggior parte di questi gruppi. Ogni gang ha un suo codice che prevede un capo (che i sud-americani chiamano Inca) e un vice (il Cacique). Molti dei loro componenti portano con sé armi ma paradossalmente devono essere rispettivamente lavoratori o studenti modello perché ognuno deve essere un esempio nel proprio campo di vita quotidiano.

Un po’ di nomi? Ci sono i già citati Latin King (originari dell’Ecuador), i Comando (dal Perù), I Nietas (da Porto Rico), i Trinitarios (dalla Repubblica Dominicana), i filippini Ghetto, i Forever e i Soldatos Latinos arroccati a Genova e tanti altri, anche formati da poche decine di componenti ma con un nome, perché il nome dà importanza, perché il nome dà un’identità inconfondibile con gli altri. Come si diventa parte di una gang? Basta l’origine etnica a darti un buono d’entrata di diritto o c’è dell’altro? Si parla d’iniziazione, di un rito crudele che serve a dimostrare che il potenziale nuovo componente ha la stoffa giusta.

Chi vuole entrare nella banda chiede di diventare “targa”,  cioè adepto, e va con un “Inca” in qualche posto isolato. Là deve sottoporsi ad una lotta, ad una “punizione” di gruppo in cui si deve resistere ai cazzotti e ai pugni della “pandilla, la banda. Non di rado al nuovo futuro componente può venir chiesto di compiere un piccolo furto o una violenza per dimostrare il proprio coraggio. Superata la prova hai il “bip”, cioè la collana e fai parte della gang, detta “Nazione”. Più nazioni possono unirsi, di solito al massimo tre, e formano il cosiddetto “Impero” che ha più potere e controlla più zone. Chi comanda su tutti è chiamato O Rey, il Re.

Anche la donna ha un ruolo nelle gang, o meglio, un “non-ruolo” in quanto è considerato un trofeo, spesso usato come mezzo per colpire la banda rivale e così è facile sentire della storia di una fidanzata di un componente dei Comando Peruviano che viene pestata da uno dei King o testimonianze di violenze che hanno il simbolo di pura vendetta.

E così camminando in alcuni quartieri di Milano ecco che conoscendo il codice silenzioso delle gang si può iniziare a dare una forma a questo puzzle fatto di regole precise e violenze, così dove spuntano i disegni delle corone sui muri vuol dire che è zona dei Latin King, dove si leggono le scritte “Comando” è il quartiere dei rivoluzionari. Questi segni hanno lo scopo di lasciare una traccia di sé e della propria gang, servono per comunicare il possesso su un territorio o una minaccia ai rivali. E’ una guerra di graffiti ma anche di gesti “segreti”: pollice, indice e mignolo sollevati rappresentano la corona, il simbolo dei King. In alto vuol dire che “sei di loro”, se la punti verso il basso che “li schifi”.

Una guerra che non risparmia nemmeno i colori dei vestiti, che identificano di che banda sei, per esempio la “Nazione” King si riconosce dal bianco e dall’azzurro, senza dimenticare i tatuaggi che sono un linguaggio per incutere timore e testimoniare il proprio credo. Come la gang plasma l’identità del singolo? Che nomi possiamo dare ai meccanismi che rendono, nell’adepto, la banda al pari della famiglia o anche di più se questa è assente o a metà, magari senza un padre o una madre? La gang è “appartenenza”. In essa i ragazzi trovano un luogo dove certi bisogni, come attenzione e fiducia, vengono soddisfatti. La gang è “adrenalina” perché la vita che ti impone è di sfida continua e celebrazione di forza. La gang è “protezione” perché ti aiuta a difenderti dagli altri gruppi di ragazzi che vivono nella stessa zona e città. La gang è “partecipazione” perché c’è una gerarchia che dà un senso di ordine e che permette, ad ogni livello in cui ci si trova, di avere un ruolo operativo, che nei più giovani può essere il semplice pattugliamento delle zone o di spia verso le bande rivali. La gang è “machismo” perché sono gli uomini a comandare e le ragazze sono un trofeo con cui avere rapporti sessuali e vantarsi. Assenza di una famiglia, quella di origine, che spezzi questa attrattiva pericolosa verso la gang etnica? Voglia di difendersi dagli altri? Uno sfogo alla necessità di adrenalina e di sentirsi parte di qualcosa?

Sono tante domande che possono essere altrettante affermazioni sul perché si formano queste gang. Un’altra lettura, e complementare alle precedente, si rifà anch’essa al senso di “identità” che in un paese straniero si fa ancora più necessario perché le proprie radici sono assenti e così, come gli italiani sono “gli Italiani” che comandano, è necessario proteggersi creando, appunto, una propria “nazione” d’appartenenza con gente “come noi e che sa di cosa parliamo”, e poi il cerchio si allarga e non sono più “gli Italiani” da cui bisogna difendersi ma anche dagli “Altri come noi ma che sono diversi da noi” perché stranieri ma di altre nazionalità e così la guerra comincia, silenziosa, marginale ma che esplode, rumorosa e senza pietà, quando i confini si fanno labili e vengono oltrepassati, quando il “nostro” viene infettato dal “vostro”.

Perché è il senso di difesa che fa scattare la violenza, perché la tentazione di essere i più forti a volte abbatte tutto e tutti e in una gang non esiste la regola “ognuno se la sbriga da solo, ognuno ha la sua responsabilità” ma soltanto il “offeso uno offesi tutti, questioni mie questioni del gruppo”. Questa è la scintilla che ha fatto scattare le violenze del 13 febbraio in via Padova, questo il primo atto di una guerra metropolitana.

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