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Fuga dei cervelli all’estero

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Ogni paese ha un patrimonio di idee, di capacità, di menti brillanti.

Tutto questo è racchiuso nelle nuove generazioni, nei giovani che con impegno decidono di qualificarsi in un settore, di studiare, sacrificarsi per raggiungere la meta del sapere, di una conoscenza dimostrata da usare poi a servizio di qualcosa di grande, di un progetto, di un lavoro che dà soddisfazione proprio perché è il terminale delle proprie abilità.

Un paese che valorizza il proprio patrimonio umano prepara la strada perché i giovani possano sentirsi protetti e valorizzati, messi nelle condizioni di costruire la propria carriera lavorativa in quanto portatori di innovazione e, di conseguenza, come contributo fondamentale al bene di quello stesso paese, alla sua evoluzione, un investimento che premia chi merita e abbatte i clientelismi.

Questo paese di cui parlo non è l’Italia però. Nell’Italia in cui viviamo la parola “meritocrazia” sembra sommersa nel fango, nell’Italia in cui viviamo più di metà dei laureati che sono fuggiti all’estero e lavorano lì non considerano come probabilità concreta il ritorno a casa. Secondo il rapporto “Italiani nel mondo” curato dalla Fondazione Migrantes, a 5 anni dalla laurea sono 52 su 100 i laureati occupati all’estero che considerano il rientro in Italia “molto improbabile”.

I dati confermano il fenomeno della “fuga dei cervelli”, generazioni che scappano per trovare oltre confine un lavoro qualificato che  premi gli anni di studio, dottorati e master oppure dia solamente fiducia alla loro creatività naturale, in una sola parola: investire sulle idee e le capacità.

Secondo il rapporto di Migrantes più della metà dei connazionali residenti all’estero, circa due milioni di persone, ha meno di 35 anni e una vita lavorativa e sociale gratificante. Che problema ha quindi il nostro paese? Perché un giovane deve trovarsi ad un bivio e scegliere tra il restare a casa però tra affanni, scarsi investimenti nel proprio campo di specializzazione, stipendi miseri, mortificazioni per vedere passare avanti gente senza merito, ad osservare un paese immobile o optare per sradicare le proprie radici e andare oltre confine dove è normale investire sulle menti giovani e brillanti?

Bisogna parlare con chi questa scelta l’ha fatta, con chi se n’è andato via e si è ricostruito un’esistenza altrove perché l’Italia fa “paura”, perché l’Italia si è dimenticata chi era un tempo, un paese ammirato per le proprie arti e idee.  “Non tornerò in Italia. Questi anni di soggiorno obbligato all’estero sono stati decisivi per comprendere il valore della meritocrazia, un valore che non è più rispettato in un paese come il nostro”. E’ Luca Candeago a parlare, uno dei tanti giovani ricercatori  28 anni) costretti ad andare all’estero perché in Italia gli stipendi sono miseri, frutto del disinteresse nella ricerca.

Luca come altri sedici professionisti italiani hanno scritto, qualche mese fa, una lettera-appello a Napolitano denunciando lo stato di difficoltà in cui si trova l’Italia e di conseguenza i giovani. Oltre la storia di Luca c’è quella di Oscar, compositore di musica ora negli Stati Uniti che dice: “Non torno perché non esistono più investimenti e un mercato che conceda alla mia categoria il diritto di esistere”. Patrizia che ha 38 anni e fa la designer negli Usa, parla invece di una verità scomoda: “L’Italia è un paese fermo in cui l’interesse principale non è investire nel futuro ma lasciare intatti i privilegi di alcune categorie sociali”. Anche Marco, economista che lavora in Belgio, è della stessa idea: “Il nostro è un paese dove ‘ciò che è stato’ è sempre stato più importante del domani. Dove i ‘ diritti acquisiti’ sono acquisiti sempre dalle stesse persone”.

Nella lettera questi professionisti “esiliati” all’estero fanno appello a Napolitano per bloccare questa emorragia di fughe e sono concordi nel chiedere un sola cosa, l’unica che li farebbe tornare a casa: “Meritocrazia, standard di trasparenza al pari degli altri paesi europei e un rinascimento morale del sistema politico e dirigenziale”. Siamo nell’utopia, siamo un paese irrimediabilmente fermo e destinato a farci comandare dai “vecchi” e dai “figli di papà”? Siamo in attesa di una rivoluzione sociale? I giovani fanno rivoluzione sociale ma quelli che valgono fanno le valigie e se ne vanno in silenzio. Come faremo?

Intervistata colei che sta più in alto di tutti, chi guarda i giovani e lavora per il loro benessere a tutti i gradi della società: Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, a cui abbiamo rivolto semplici domande che sono un riflesso dei dati del rapporto Migrantes e delle richieste dei sedici professionisti che hanno scritto a Napolitano. Le domande di giovani, come noi, che si guardano intorno e vedono un’Italia macchinosa, ferma, inquieta, prigioniera del potere senza merito.

Perché il nostro paese fa così tanta paura ai nostri giovani da costringerli a scappare?
Le nuove generazioni si trovano purtroppo a pagare gli strascichi di un sistema fortemente gerontocratico, improntato sull’idea che l’età sia sinonimo di esperienza e competenza. Quanto accade ad esempio in politica non è che la cartina al tornasole di una tendenza generalizzata anche nel mondo del lavoro, persino nell’Università

Come si fanno a distruggere questi nepotismi e questi muri allora? Chi come lei ha l’investitura del potere di cambiare, o almeno provarci, come può accompagnare le aspirazioni di chi vorrebbe restare in Italia?
Bisogna da una parte contrastare efficacemente i sistemi basati sul nepotismo e sulla raccomandazione a partire dalle baronie universitarie, e dall’altro incentivare, promuovere e tutelare il merito, così come fa la riforma del ministro Gelmini. Per la prima volta nella storia repubblicana, infatti, tutti gli studenti meritevoli potranno avere accesso ad una borsa di studio. Ai ricercatori precari poi dico che si sta praticando una lotta efficace. Si contrasta il proliferare di corsi inutili per tanti professori “raccomandati” e si apre ai giovani docenti di ruolo”.

Che messaggio di speranza può dare a chi vorrebbe ritornare da noi e a chi è indeciso se provare oltre confine o restare?
Non mi sento di biasimare i tanti giovani che hanno scelto di cercare all’estero per la realizzazione del proprio talento che una Patria cieca e sorda ha negato. Quello che posso assicurare, tuttavia, è che le cose stanno cambiando, l’Italia sta imparando a tributare il giusto riconoscimento ai suoi figli più talentuosi”.

La creatività e le idee dei giovani vanno incentivate, a partire non solo dallo stato ma anche dalle città dove vivono, è così in tante altre parti del mondo, basti pensare ai “pop-up store”, quei negozi a tempo nati per promuovere linee di oggetti, abbigliamento, cibi, che finito il ciclo chiuderanno i battenti, una cornice perfetta per le “idee-prova” dei giovani ma che in Italia nessun comune supporta.

A Londra l’anno scorso è nato il progetto KiosKiosk per promuovere idee, progetti e produzioni di giovani artisti e creativi, uno store a basso costo, realizzato per posizionarsi in piazze e luoghi pubblici di passaggio. Mini-negozi che verranno affittati a rotazione e senza spese a chiunque vorrà presentare le opere del proprio ingegno. Il progetto è stato promosso dalla stessa città di Londra, una città colpita dalla crisi come il resto del mondo ma che forse ha capito che il nostro domani è costruito dall’innovazione, dal dare una possibilità a tutti, con solo il merito e le idee come selezionatore naturale di chi può dare più degli altri.

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