Facebook e il crocifisso
Negli ultimi giorni accedere a Facebook è diventato un gioco al rialzo. Il popolo dei pro e contro il crocifisso in aula cresce di giorno in giorno. Ora siamo a 22 gruppi, ma il numero è in rialzo.
C’è chi argomenta la propria tesi e chi invece preferisce “bruciare chi non vuole il crocifisso”, pur se, in realtà, con tono ironico. Insomma Facebook è entrata in azione. È tempo di schierarsi.
I comici sono sicuramente i neofiti dalla riscoperta fede, come i tanti sono cattolico ma a modo mio, che si sono riscoperti improvvisamente ferventi credenti. Io ne conosco un bel po’, ma non credo di essere l’unica.
Alcuni propongono di utilizzare il crocifisso come immagine di profilo, altri raccolgono firme per mantenere il crocifisso nelle aule italiane. Insomma le pecorelle smarrite ritornano all’ovile e il gregge si ingrossa.
Giovedì l’homepage del mio profilo mi ha suscitato un ironico sorriso. Marta, atea ventottenne, si iscriveva al gruppo: “No al Crocifisso nei luoghi pubblici”; Filomena, credente quarantottenne (di quelle che almeno una volta a settimana linkano un qualcosa su Gesù), aderiva al gruppo: “Sì al crocifisso nelle aule”.
Certo è che la sentenza della Corte di giustizia europea ha aperto un dibattito considerevole.
Ciliegina sulla torna Antonio, di quelli che “vado a messa solo a Pasqua e Natale”, pubblica il crocifisso di Giotto come immagine di profilo. Va bene siamo alla frutta.
Insomma una questione importante (perché i dibattiti religiosi, così come i principi di diritto, sono sempre importanti) è stata completamente snaturata.
Della serie “non gettate le vostre perle dinanzi ai porci” direbbe Gesù (Matteo 7-6). D’altra parte la capacità d’argomentare sembra mancare agli alti vertici dove si parla “di un simbolo innocuo” (Bersani), si minacciano fulmini e saette contro la sentenza della Corte di Strasburgo (leghisti and company), sorvolando su espressioni quali stronzate!, e si parla addirittura del “crocifisso come simbolo della nostra tradizione o della nostra storia” (Gelmini). E allora come ci si può stupire delle non argomentazione dei non addetti ai lavori?
D’altronde Seneca insegna: “la religione è considerata vera dalla gente comune, falsa dai saggi, utile dai governanti”. E allora bisognerebbe un pochino riflettere sulla strumentalizzazione e il gran vociferare che si fa della sentenza negli ultimi giorni. Parlar di tanto e parlar di niente può distrarre l’attenzione da ben altri problemi.
Lungi da me l’idea di voler dare lezioni di morale o di etica, né tanto meno di storia italiana, ma non posso esimermi dal ricordare le parole di uno dei padri fondatori della nostra patria: “libera Chiesa in libero Stato” (Camillo Benso conte di Cavour nell’intervento al parlamento del 27 marzo 1861, che portò alla proclamazione di Roma come capitale del regno d’Italia.) Così come da cittadina libera non posso dimenticare un principio fondamentale secondo il quale: “Quando perdiamo il diritto ad essere diversi, perdiamo il privilegio di essere liberi” (C.E.Hughes).
Da italiana non capisco la querelle intorno al crocifisso. Si parla di rischio per le tradizioni e la cultura nostrana e a me sembra invece che l’unico vero problema sia l’assenza di italianità, di un sentire comune, in grado di vivere in uno Stato di diritto del XXI secolo. Massimo D’Azeglio scriveva: “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani”.
Da italiana mi chiedo: sarà finalmente giunto quel tempo? E me lo chiedo da italiana.
Sono italiana. Sono italiana perché vivo in Italia, sono italiana perché conosco la storia del mio paese, sono italiana perché rispetto la mia Costituzione, sono italiana perché sono europea, sono italiana perché seppure ho vissuto dall’altra parte del mondo avrò sempre (nel bene e nel male) una forma mentis occidentale, sono italiana perché penso in italiano, rispetto gli italiani di vecchia e nuova generazione, sono italiana perché sono un po’ spagnola, francese, inglese, austro-ungarica, normanna, ecc. ecc. come la mia lingua e la mia patria.
Inoltre, sono italiana perché – nonostante oggi sia una libera pensatrice - sono stata educata in scuole pubbliche italiane, di quelle con il crocifisso alle pareti, l’insegnante di religione e addirittura un sussidiario con un paio di capitoli iniziali sulla storia di Gesù (eppure sono solo trentenne, a leggerlo ora un sussidiario del genere mi si accapponerebbe la pelle!).
Comunque, in me è forte un’educazione intrisa di cristianesimo, d’altronde ho letto i versi di San Francesco (presenti in qualsiasi letteratura italiana delle origini), ho studiato la divina provvidenza manzoniana, le opere di Giotto, Caravaggio e Michelangelo. In breve conosco la storia, la cultura e le tradizioni italiane, ma nonostante questo nel mio bagaglio di conoscenze sono in grado di distinguere ciò che è scienza (nel senso di scibile umano), da ciò che è religione, ciò che è tradizione da ciò che è fede. Il crocifisso nel suo significato più ampio è un simbolo religioso, o meglio il segno distintivo di una delle tre religioni monoteiste, il Crocifisso di Cimabue è un’opera d’arte.
Sono anche un’agnostica, dal greco a-gnothein, di quelli hanno scelto di non porsi (più) il problema religioso, hanno sospeso la ricerca, senza arrivare ad una meta. Ma apprezzo l’ateo convinto, così come i ferventi credenti, perché hanno intrapreso un percorso e sono giunti ad una meta. Ma questa è una questione religiosa, che attiene alla coscienza personale e nel tempo in cui ho il privilegio di vivere so che uno Stato di diritto deve rispettare il credo religioso dei singoli e tutelare le minoranze (e maggioranze) religiose.
D’altronde forse in pochi lo sapranno ma la tutela delle differenze religiose è stato il primo principio di non discriminazione ed uguaglianza tutelato in Europa. Nei trattati di Passau del 2-15 agosto 1552, di Hausburg del 25 novembre 1555, nell’Editto di Nantes del 13 aprile 1598 vi era il riconoscimento della libertà religiosa.
