Face-bullo!
Continua l’infinita ‘saga’ del bullismo condiviso in rete.
Sembra che non ci sia mai fine alle storie di atti di bullismo compiuti fuori da internet ma su esso poi riportati fedelmente, con un orgoglio da ‘guappo’ fin troppo smaliziato, dai giovanissimi autori di tali atti, di tali crimini – perché questo, senza troppi giri di parole, sono.
Con una cadenza quasi settimanale, sentiamo di adolescenti (ma anche di giovani un po’ più cresciutelli) che sia nella vita reale che in quella virtuale si accaniscono contro quelli che, ai loro occhi, sono troppo diversi da sé, quelli che rappresentano una minaccia per la loro sicurezza da omologazione al branco (o gregge, se preferite).
L’ultima viene da Torino, dove Andrea, soprannominato ‘Pitbull’ dall’età di quindici anni (ora ne ha venti) spargeva in giro per la rete, tramite il social network Facebook (ultimamente sempre più al centro di furiose polemiche per i vari gruppi anti o pro che spuntanto come funghi) i resoconti delle sue violenze, molto più che atti di bullismo, compiute insieme al resto della sua ‘gang’, composta da Omar detto ‘Toro’ e da un minorenne soprannominato Jena.
Aggressioni senza un motivo e senza senso compiute ai danni di quelli che, ad Andrea (ora nel carcere delle Vallette) ricordavano la sua vita ‘da sfigato’ prima dell’incontro della “svolta”, sempre all’età di quindici anni, con Omar, incontro fatale che gli cambia la vita e lo trasforma da ragazzino vittima dell’aggressività dei compagni di scuola, a stesso temutissimo “bullo” che non ci pensa un minuto in più quando si tratta di menare le mani.
Violenze raccontate sul suo spazio Facebook, la narrazione di una specie di squallida Arancia Meccanica alla torinese, immersa nella periferia della metropoli del nord, dove Pitbull (o Drew), secondo gli inquirenti, pare seminasse il terrore da diversi mesi, con aggressioni e rapine, che lui stesso descrive come cose ‘giuste’, da fare, lecite, perché gli davano una certa felicità malsana, quella voglia di rivalsa animalesca che lui, quando era ancora nella parte della vittima, a quindici anni, aveva sempre sentito dentro.
Andrea, che si autodefinisce uno che ‘non molla’, una situazione famigliare difficile alle spalle, ha affidato al social network più usato e discusso le sue compiaciute ‘confessioni’, la lista ghignante delle serate passate a rapinare e a fare a botte nelle discoteche, per strada, nei parcheggi.
E Facebook , utilizzato nuovamente come una vetrina in negativo, dove passa il messaggio fuorviante di una violenza “giusta”, che libera anima e cuore dal peso delle difficoltà della vita, affrontate usando un istinto primordiale, incontrollabile che fa vedere l’altro, il diverso, come il nemico da annientare, acquista, immeritatamente, il ruolo di “complice” dei bulli. Purtroppo. Per tutti.
