F.Thilliez: “La macchia del peccato”
Una struttura narrativa sontuosa che tiene alta la tensione emotiva del lettore.
Con La macchia del peccato (Nord, 2009) torna Franck Thilliez, autore di culto in Francia che ha iniziato a farsi conoscere ed amare anche in Italia e in Europa.
Probabilmente verrà bissato il successo dei primi due romanzi, La stanza dei morti (vero e proprio caso letterario) e Foresta nera, usciti entrambi per i tipi della Nord, ma l’incessante “passaparola” che aveva caratterizzato la “storia” editoriale di questi titoli, non avrà più ragione d’esistere perché ormai Thilliez può considerarsi uno dei maggiori autori, nel suo genere, del panorama europeo.
Un romanzo che, probabilmente, non raggiunge le stesse atmosfere de La stanza dei morti e l’incessante sensazione claustrofobica di Foresta nera ma che riesce, attraverso una struttura narrativa sontuosa, a tenere costantemente alta la carica e la tensione emotiva del lettore.
Thilliez riesce a muoversi tra i generi, cogliendo qua e là suggestioni che rimandano a una certa letteratura – quella di autori come Maxim Chattam e Jean-Christophe Grangè da un lato e come Fred Vargas dall’altro senza dimenticare i maestri americani – e, perché no, a una certa cinematografia.
La trama ripercorre la storia Suzanne, da sei mesi scomparsa nel nulla. Né un avvertimento, né un’apparente motivazione, né, infine, una richiesta di riscatto. Dal giorno della scomparsa il marito, il commissario Franck Sharko, vive il suo personalissimo incubo e un travaglio interiore difficilmente sanabile. Un omicidio, una donna prima mutilata e poi uccisa, riconduce il commissario nella crudele “realtà” della vita quotidiana. Il cadavere della donna sancisce, come in un gioco di specchi, l’inizio di fitta fila di ritrovamenti. Una lunga serie di omicidi frutto della mente malata del serial killer di turno: un killer che non si nasconde ma che vuole dimostrare la genialità dei suoi diabolici procedimenti mentali. Parigi e la Bretagna diventano teatri involontari di questo gioco al massacro a cui lo stesso commissario prende parte rimanendone affascinato. Paure e di miraggi, sfide e tracce che appaiono e scompaiono trovano la loro logica soltanto nella grammatica della follia.
Il giallo è qui attraversato mescolando, nel percorso narrativo, thriller, noir e risvolti psicologici ma, purtroppo, l’autore non riesce ad incidere nel profondo: gli espedienti narrativi non sono innovativi e i personaggi non risaltano né ad un livello psicologico né caricaturale. La qualità del testo è tutta nella struttura globale ma l’autore pecca nell’attenzione ai particolari lasciando al lettore quella sensazione amara di chi ha tra le mani un qualcosa, sicuramente leggibile e “godibile”, ma imperfetto, spurio, incapace di toccare quella linea invisibile della coscienza che ci permette di amare nel profondo un libro piuttosto che un altro.
Franck Thilliez, nato ad Annecy nel 1973, vive nel Pas-de-Calais, nell’estremo Nord-est della Francia, ma viaggia spesso alle Antille e in Guyana. Dopo La stanza dei morti (Nord, 2007), il thriller che è stato al centro di un clamoroso caso editoriale grazie al passaparola dei lettori, Thilliez ha confermato la sua maestria con Foresta nera (Nord, 2008), imponendosi all’attenzione del pubblico e della critica, che lo definito «un talento indiscutibile» (Le Figaro Littéraire).
