Depressione
Esiste una spiegazione “felice” di questa malattia?Costante dolore, una strada infinita, faticosa, che non permette deviazioni su percorsi paralleli e nemmeno una fine. Sentirsi attaccati dai pensieri e da un senso di “non ritorno” che spaventa e getta nel panico. Sprofondare nelle sabbie mobili e avere la sensazione di andare sempre più giù senza niente a cui attaccarsi per risalire. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la depressione è la prima causa di disabilità a livello globale e occupa il quarto posto nella scala del Global burden of disease, un indice che misura lo stato di salute della popolazione mondiale. Meno del 25 per cento delle persone che soffrono di depressione riesce a curarsi.
Affrontare un discorso su questo malessere cronico vuol dire cercare anche una spiegazione a una diffusione così vasta di questa “invalidità” della nostra mente, prendendo in considerazione anche gli ultimissimi studi e teorie che danno una visione “buona” della depressione, prendendo anche spunto dagli esempi di personalità importanti, come per esempio Charles Darwin, che nei loro scritti e biografie confessavano il loro malessere depressivo ma che però non hanno compromesso la loro abilità di pensiero, anzi in alcuni casi l’hanno accentuata.
Il mistero della depressione non è la sua esistenza, in quanto anche la mente non è perfetta, ma la sua diffusione. La maggior parte delle malattie mentali colpisce raramente le persone, un esempio ne è la schizofrenia, ma la depressione si dimostra onnipresente e le statistiche dimostrano che ogni anno, circa il 7 per cento della popolazione mondiale, è afflitto da questa malattia. Un male che rende estranei al mondo e cancella le nostre esigenze primarie o le accentua, come il mangiare poco o troppo, non dormire o vivere il sonno come un rifugio nervoso dai problemi, sentirsi stanchi e non attratti più dal sesso.
Tra i sintomi poi ci sono anche la perdita d’attenzione, disturbi di memoria, l’irritabilità, la disaffetività e la ricerca della solitudine. Prima di continuare a orientarsi in questa piccola guida alla diffusione della depressione e accennare anche alcune nuove teorie sul lato buono della depressione, è bene riportare qualche dato su come questa malattia sia diffusa anche in Italia, in che numeri e qual’è il target più sofferente. Essendo le donne i soggetti più colpiti sono proprio i dati dell’Osservatorio Nazionale salute donna a fornirci i dati più recenti. La depressione interessa 15 milioni di italiani, pari al 25% della popolazione (1 su 4) ed è in crescita costante, visto che nel 2000 i depressi erano “solo” 10 milioni. Fra le città, Milano sembra detenere il primato, con la maggiore prevalenza (85.000 casi). La depressione si attesta anche come prima causa di disfunzionalità fra i 14 e i 44 anni colpendo soprattutto le femmine, con un rapporto uomini donne di 2 a uno.
Secondo il DSM IV – TR (il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) la prevalenza del disturbo depressivo in età adulta è del 10-25% nelle donne e del 5-12% negli uomini e la probabilità di avere un episodio depressivo entro i 70 anni è del 27% negli uomini e del 45% nelle donne. Si possono individuare le cause di una malattia così onnipresente? Prova a darci una spiegazione Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di Neuroscienze del Centro Depressione Donna A.O. “Fate bene fratelli Oftalmico Melloni” di Milano: “Le cause sono diverse. Gioca un ruolo rilevante il fattore estroprogestinico, cioè il ciclo vitale femminile (gravidanza, post-partum, sindrome premestruale, menopausa), ma è opportuno parlare di concause, da quelle genetiche ai fattori climatici stagionali fino a quelle di genere, per cui le donne sono più sensibili degli uomini. Inoltre la depressione è in aumento rispetto al passato perché si è modificato il ruolo della donna all’interno della società, che la vede sempre più impegnata e, quindi sottoposta a un forte stress fisico ed emotivo“.
E se ci fosse anche una spiegazione “positiva” e necessaria alla depressione? Se potesse questo malessere portare con sé una capacità maggiore di percepire se stessi e permettere di accedere ad un canale emotivo inesprimibile in uno stato normale? Parliamo di ipotesi, teorie che vanno ad urtare contro il dolore e il disagio di vivere di milioni di individui, ma che hanno visto alcuni studi di ricerca orientati a fornire una spiegazione alternativa alla depressione. Lo stesso Charles Darwin, preso come esempio da questo ricerche, ha confessato in innumerevoli lettere il suo malessere che lo condannava, dalle sue parole, a una “bruciante mortificazione” che però non gli ha precluso studi e successo.
A conferma di questo, tra gli studi più importanti, c’è quello di due psichiatri dell’università della Virginia, Andy Thomson e Paul Andrews, pubblicato in Psychological Review nel 2009, che dà una spiegazione della depressione in termini evoluzionistici. I due studiosi si sono posti la domanda in altri termini: siamo sicuri che la depressione sia una malattia, nel senso letterale del termine? La loro risposta è no. Così come la febbre è una reazione dell’organismo a un’infezione in corso, e coordina la risposta delle difese immunitarie, la depressione potrebbe essere la risposta evolutiva a un problema complesso, che ci spinge ad affrontarlo concentrandoci sulle sue parti, frammentandolo, rimuginando ininterrottamente sulle possibili soluzioni: la depressione, dicono, “è il modo in cui la natura ci dice che abbiamo complessi problemi di natura sociale e che la mente è impegnata per risolverli”.
Thomson e Andrews non mettono in discussione il dolore e il rifiuto sociale che porta con sé la depressione ma si sono chiesti se per caso, questo malessere devastante, possa preparare la persona alla solitudine o a permetterle di imparare dai propri errori e concentrarsi maggiormente su sé stessi, su ciò di cui abbiamo bisogno o meno. Altri scienziati, tra cui Randolph Nesse dell’università del Michigan, sostengono che i disturbi psichiatrici, come la depressione, non possono avere delle spiegazioni evoluzionistiche semplici, come sostengono invece Thomson e Andrews. C’è anche la tesi del “realismo depressivo” supportato da alcuni studi che hanno rivelato come le persone depresse hanno una visione più precisa della realtà e sono in grado di prevedere meglio il proprio futuro. Lo stesso Nesse paragona la tristezza alla felicità, cioè emozioni contrapposte che però hanno specifiche funzioni che non possono essere spiegate in modo semplice. Ma la tristezza della depressione può veramente aiutarci a risolvere i problemi?
Andrews ha scoperto che nei test di intelligenza organizzati presso la Virginia commonweath university i ragazzi affetti da sintomi depressivi ottenevano punteggi più alti. Che davvero la depressione aiuti a far pensare? Che la sofferenza possa aiutare la mente a capire meglio la propria vita? L’uomo fugge dal dolore e tutti i malati di depressione cercano una via d’uscita. Forse gli studi sul perchè di questa malattia e della sua diffusione si dimenticano che l’istinto di fuggire dal male di vivere è più forte di ogni cosa, più della voglia di capire la propria mente, più di dimostrare che sappiamo imparare dai nostri errori. Il dolore è incapace di fissare dei traguardi positivi nell’animo umano, la felicità invece ha proprio nella sua definizione l’istinto dell’uomo a godersi ogni attimo della sua esistenza.
