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Delocalizzare è come licenziare

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Il problema della delocalizzazione di un’ azienda ha investito, negli ultimi due mesi, lo stabilimento della Omsa – nota azienda produttrice di calze – sita a Faenza (Ra).

Per delocalizzazione si intende il trasferimento della produzione di beni e servizi in altri Paesi, in genere in via di sviluppo o in transizione. In senso stretto, ci si riferisce ad uno spostamento della produzione da imprese poste sul territorio di un determinato Paese ad altre localizzate all’estero.

Diverse sono le motivazioni e i vantaggi che si hanno nell’avviare un progetto di delocalizzazione. La riduzione dei costi di produzione in primis, la disponibilità di manodopera a basso costo, la possibilità di creare nuovi sbocchi di mercato, e non è da poco la possibilità di tagliare i costi fiscali.

Nel de-localizzare un impresa si segue, in genere, il principio del “maggior profitto al minor costo possibile”. Lo stabilimento Omsa di Faenza conta 350 dipendenti per lo più donne. Nel 1967 Nerino Grassi fonda il Gruppo Golden Lady commercializzando noti marchi quali Omsa, SiSi, Filodoro, Philippe Matignon e lo stesso Golden Lady. In Italia detiene il 50% del mercato delle calze da donna, esporta il 55% della propria produzione e possiede 400 negozi monomarca Goldenpoint.

Nel 2000 acquisisce la statunitense Kayser-Roth con i marchi NoNonsense e Hue conquistando il 18% del mercato Usa delle calze da donna. Oggi il Gruppo conta oltre 5mila dipendenti, fattura 540 milioni di euro e ha 16 stabilimenti. Nel 2005 il gruppo inaugura un’altra unità produttiva di 10mila metri quadrati a Valjevo  in Serbia, a 100kilometri da Belgrado.

Un’azienda fiorente ed in continua espansione dove il lavoro di certo non manca. Allora perché delocalizzare l’azienda in Serbia?La risposta è semplice. La manodopera in Serbia costa 300euro al mese ed il carico fiscale è notevolmente più basso.  Per una volta la causa non è la crisi economica ma una scelta imprenditoriale, quella del presidente della Omsa Nerino Grassi, a danno di un territorio e di 350 dipendenti.  Le lavoratrici dell’Omsa non si arrendono, presidiano i cancelli da due mesi, notte e giorno, per impedire il trasferimento dei macchinari.

Omsa sa tutto di te” ci sentivamo ripetere negli spot pubblicitari.Noi invece cosa sappiamo di quelle donne Omsa ? Donne che hanno passato la loro vita a realizzare collant per poco più di 1000euro al mese e che adesso si ritrovano in mano un telegramma in cui si legge “La presente per comunicare che con decorrenza 15 marzo 2010 lei entrerà in Cassa Integrazione Guadagni straordinaria a zero ore. Eventuali richiami al lavoro le verranno comunicati a mezzo telegramma. Golden Lady Company”.

Il maggior contributo che un’azienda può dare alla società è quello di creare profitti agendo eticamente. L’agire etico d’impresa richiede all’organizzazione di mettersi in relazione con il contesto circostante. Il consumatore dei giorni nostri è un consumatore critico, attento. Non a caso negli ultimi anni sono nate combattive associazioni di consumatori, sono stati organizzati boicottaggi di questo e di quel prodotto (pensiamo solo alla campagna di boicottaggio contro Nike).

Questi ed altri episodi stanno a significare che nessun governo, nessuna impresa può essere oggi immune da critiche e attacchi globali nonché da eventi mediatici in grado di danneggiare gravemente immagine e credibilità di persone ed aziende.

Non è un caso che la rappresentante nazionale della Cgil Valeria Fedeli abbia affermato che in caso si decidesse di chiudere lo stabilimento dell’Omsa per dirottarlo in Serbia, la Cgil sarebbe pronta ad iniziare una campagna di informazione e comunicazione martellante sul palese indebolimento del marchio stesso della Golden Lady.

In questo periodo si sono susseguite notizie contrastanti relative alle sorti dell’azienda. Nel documento firmato il 25 febbraio scorso a Roma, sottoscritto da azienda, ministero, Regione e sindacati in alternativa alla chiusura, si prevedeva l’avvio di un percorso per la riconversione di Omsa. L’azienda doveva però impegnarsi alla ricerca di nuove soluzioni produttive e intanto concedere la cassa integrazione ai dipendenti. Da giovedì 18 a martedì 23 marzo, i lavoratori avranno il compito di firmare questo documento. Dipendono da loro, dunque, le prossime mosse che Cgil, Cisl e Uil decideranno di fare. La votazione sarà gestita dalla Rsu (Rappresentanze Sindacali Unitarie) dell’Omsa e si svolgerà con voto certificato. In base al risultato si deciderà se dare o meno seguito al verbale.

In attesa di conoscere anche noi le sorti dell’azienda ci uniamo alle tante donne che stanno lottando per il proprio posto di lavoro, non solo a Faenza, ma anche nel resto d’Italia.

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