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Danza del corpo, danza dell’anima

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Arriva in Italia l’omaggio cinematografico di Wim Wenders a Pina Bausch.

Per Wim Wenders, un poeta che usa la macchina da presa piuttosto che un regista nel senso stretto (e quindi, “restrittivo”) del termine (indimenticabili le malinconie metafisico-teologiche di uno dei capolavori della cinematografia del Novecento, Il Cielo Sopra Berlino), la danzatrice Pina Bausch nella sua arte si era “spinta a grandi profondità nella ricerca dell’animo umano”.

Presentato fuori concorso al 61° Festival di Berlino dello scorso febbraio, “Pina”, così, semplice, un titolo senza l’oberosità  dei forzosi cerimoniali del ricordo, celebra con la forza del movimento la creatività, la carriera e il lascito (la grande danzatrice-innovatrice infatti, è venuta a mancare durante le riprese, nel giugno del 2009) di una donna, di un essere umano che non ha solamente rivoluzionato l’esteriorità del teatro-danza, già di per sé universo delicato dove il rischio di incappare in grotteschi errori artistico-concettuali è elevatissimo, ma ne ha riplasmato anche l’interiorità, spostando il fulcro dei danzatori del suo “collettivo”, il Tanztheater Wuppenstal Pina Bausch da un’azione scenica puramente critica del rapporto uomo-società, ad una visione più intimista e personalizzata di questo conflitto.

Con dei risultati sempre di grande impatto emotivo, oltre che squisitamente artistico.

Sulla homepage del sito dedicato al film (www.pina-film.de), Wim Wenders dedica alcune parole all’artista, definendola “l’inventrice di una nuova forma artistica”. Wenders riassume  in maniera straordinariamente semplice e toccante e senza sentimentalismi,l’incontro e l’impatto che la danza di Pina e dei suoi ballerini ha avuto su di lui come essere umano totale, non solo come artista: “No, nessun uragano aveva travolto il palco, c’erano solo…persone intente in una performance, che si muovevano in una maniera diversa da quella che conoscevo e che mi commuovevano in una maniera mai sperimentata prima. Dopo poco, avevo un nodo alla gola e, dopo qualche minuto di stupore incredibile, mi lasciai andare e piansi in maniera incontrollata. Non mi era mai successo prima, forse nella vita, forse al cinema, ma mai mentre guardavo una performance che era stata provata, per non parlare della danza. Ma quello davanti a me non era teatro, non era una pantomima, non era danza classica, non era l’Opera.

Ne seguono altre di parole a comporre questa sorta di “breve introduzione”,  dalla quale si evince la potenza di una danza in grado di rimettere in discussione la percezione del movimento e dell’ “azione scenica” di un uomo come Wenders, un signore dall’aria mite in grado di trovare, con straordinaria visionarietà, il sublime nel semplice e viceversa, come se si trattasse di  una normalità al limite del banale, del quotidiano.

“Pina” è, dunque, non solo un omaggio ma la condivisione di un’ esperienza tramite il medium del corpo, senza il bisogno pressante e tirannico della parola, del dialogato o della pausa silenziosa imposta.

Un film di Wenders girato in 3D. A qualcuno, di primo acchitto, è sceso un velo sugli occhi e ha avuto la mente attraversata dal pensiero: “Oh no, anche Wenders ha ceduto allo stucchevole del tridimensionale al cinema”.

Anche la sottoscritta, inizialmente solo sfiorata velocemente dalla notizia del film, aveva sentito una specie di voragine aprirsi all’interno del suo bagaglio di dogmi culturali. Eppure, secondo Wenders, il 3D era l’unico modo per raccontare in maniera corretta, in un certo senso “scientifica” Pina e l’universo da lei creato e l’unico modo affinché esso colpisse lo spettatore tanto quanto aveva colpito lui, in quella prima performance da lui raccontata nel sito, e che aveva avuto luogo nel 1985 (sembra un’altra vita!)

Un sodalizio artistico ed emotivo che supera la morte dell’artista stessa, creando un continuum interno ed esterno e che è, finalmente, approdato nei cinema italiani dallo scorso quattro novembre.

Forse, diciamocelo, si tratta di un artefatto di primo acchitto elitario, ma ho la profonda convinzione che l’unico bagaglio che davvero conti, per poter godere di questo docu-film-ricordo, è quello dell’emozione liberata da ogni sovrastruttura quotidiana: “Danza, danza! Altrimenti siamo perduti!”.

Per approfondimenti : www.pina-film.de

www.pina-bausch.de

www.wim-wenders.com

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