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Dal Rapporto Censis alla politica energetica cinese

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Quando si hanno le idee chiare e risorse disponibili sufficientemente ampie, si ha qualche marcia in più. Non è così per il nostro Paese, nel quale si fatica a vedere la luce alla fine del tunnel. Al di là della soddisfazione per aver tenuto bene nei confronti del terremoto finanziario più grave degli ultimi 80 anni, i dati dell’ultimo rapporto Censis parlano chiaro: 3 famiglie su 10 faticano ad arrivare alla fine del mese. Per la precisione il 28,5 per cento, con un picco al sud del 36,5 .

Stringere la cinta non basta più e lo si capisce dal fatto che il 41 per cento delle famiglie sta utilizzando i risparmi accumulati negli anni, mentre il 22 per cento utilizza la carta di credito per pagare il mese successivo spese immediate. Intanto i rubinetti delle banche sono sempre più stretti e lasciano uscire davvero poco. Una situazione per nulla rosea. Inoltre fanno preoccupare le 162mila imprese che nel solo 2009 hanno chiuso i battenti nel Belpaese. Il mercato del lavoro ha perso 378mila posti di lavoro nella prima metà del 2009 e se paesi come la Spagna e l’Inghilterra hanno avuto perdite molto più pesanti la Francia e la Germania sono andate nettamente meglio.

A un debito pubblico alle stelle che tiene il paese in “perenne apnea” va aggiunto un sommerso stimato intorno al 20 per cento del Pil, cioè circa 275 miliardi di euro: soldi che circolano senza lasciare tracce e su cui non viene pagata alcuna tassa. Un ritardo e un disagio ancor più gravi se teniamo in considerazione la lentezza con cui l’Italia si sta modernizzando per rispettare i parametri energetici imposti dall’Europa e creati dal mercato, lasciandoci troppo dipendenti dalle risorse esterne, con i prezzi di nuovo in salita.

Dal 7 dicembre fino al 18 dicembre i rappresentanti dei governi di tutto il mondo si riuniscono a Copenhagen per decidere del destino nostro e dei nostri figli, il destino del nostro pianeta. L’occasione sarà la quindicesima Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima; un appuntamento speciale su cui sono accesi i riflettori di tutto il mondo. La parte del leone non è più a esclusivo appannaggio americano: gli equilibri mondiali sono mutati e  la Cina non ha alcun timore nel dire no a Washington, come ha confermato l’esito della visita di Obama a Pechino.

Il detto comune vede la Cina ignorare le esortazioni degli scienziati e dei paesi industrializzati per ridurre il suo consumo energetico, ma la verità sembra essere tutt’altra. Pechino possiede una propria strategia per sostituire nel breve periodo la produzione energetica degli idrocarburi con fonti rinnovabili: la delocalizzazione. Da anni il governo centrale cinese incentiva le regioni e le province a riconvertire l’energia. L’obiettivo è di soddisfare il 15 per cento del fabbisogno interno entro il 2020. In un paese dove sembravano non esserci regole per le aziende le stesse aziende vengono chiuse per rispettare l’ambiente. Speriamo che anche per noi possano esserci stagioni migliori. Senza risorse sarà dura, o almeno improbabile.

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