Dai pappagalli verdi ai grappoli volanti
Armi convenzionali di sterminio generalizzato. Secondo le stime diffuse dall’ICBL-International Campaign to Ban Landmines, (Campagna Internazionale per la Proibizione delle Mine, organizzazione non governativa vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1997), nel solo 2009 nel mondo le mine anti-uomo hanno causato 5.197 morti, in grandissima parte civili, un terzo dei quali minori.
I pappagalli verdi (come sono chiamate le mine di produzione sovietica degli anni ’80) & company, nonostante siano al bando da tempo continuano a mietere vittime. Distribuite in superficie o appena interrate le mine anti-uomo – o meglio anti-persona perché uccidono indiscriminatamente uomini, donne e bambini – continuano al essere presente sul suolo di almeno una settantina di Paesi. Nella maggior parte dei casi si tratta di souvenir lasciati da passati conflitti anche se attualmente Birmania (Myanmar), Russia ed un ristretto numero di gruppi armati non statali continuano ad utilizzare questi armamenti. Il 22 marzo, poco meno di un mese prima del suo arresto/prelevamento Marcello Dell’Aire – infermiere capo del centro ospedaliero di Emergency a Lashkargah – sulle pagine di Peacereporter, raccontava dell’incidente di Hasham, 65 anni, e suo nipote Sayed Rahman, di 7 anni, feriti da una mina che tentavano di impedire fosse piazzata proprio davanti la loro casa. Un “incidente” – se così vogliamo definirlo- che fece tre morti e due feriti con arti amputati. Ma di “incidenti” del genere se ne annoverano migliaia in tutto il mondo ogni anno. D’altronde nel sottosuolo del solo Afganistan si stima siano sepolte tra le 52.000 e le 60.000 mine.
Attualmente l’80% degli Stati al Mondo (156 Paesi) ha aderito al Trattato di Ottawa, una convenzione internazionale scaturita da una campagna di sensibilizzazione della società civile, che portò il 3 dicembre 1997 ad Ottawa, in Canada 122 Stati a firmare il Trattato di Messa al Bando delle mine (Convention on the Prohibition of the Use, Stockpiling, Production and Transfer of Anti-Personnel Mines and on Their Destruction). Si tratta di uno strumento internazionale che ha permesso di bandire le mine terrestri dalla comunità internazionale. Firmato nel 1997 esso è entrato in vigore già nel settembre del 1998 con la quarantesima adesione (Burkina Faso): una celerità anomale per l’entrata in vigore di trattati di questo tipo, che ne denota la necessità e l’urgenza avvertiti dalla Comunità internazionale.
Ad oggi è stato ratificato da 156 ma 39 Stati restano fuori dal Trattato, tra cui Stati Uniti, Russia, Cina, India, Israele, Yugoslavia, Turchia. A Cartagena de Indias, in Colombia, nel dicembre 2009, si è svolta la II Conferenza di Revisione della Convenzione di Ottawa contro l’uso delle mine antipersona, si sperava almeno nell’adesione statunitense ma il premio Nobel per la pace, Barack Obama non si è discostato dalla linea inaugurata dal suo predecessore alludendo – attraverso il portavoce del Dipartimento di stato Ian Kelly – a questioni inerenti la sicurezza nazionale. Pur se di fatto si attengono alle regole del trattato avendo smesso di utilizzarle dal 1991 e produrle dall’anno successivo.
Il 4 aprile è stata la quinta “Giornata Internazionale per la sensibilizzazione sul problema delle mine e sostegno alla mine action”, coincideva con la Pasqua, giorno di redenzione e pace, ma paradossalmente l’evento è stato quasi ignorato dai media nazionali. Nel suo messaggio il Segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha ricordato che «mine antiuomo e ordigni bellici inesplosi continuano a esigere un terribile pedaggio». Si tratta di «armi che pregiudicano l’utilizzo delle strade in Afghanistan, Sudan, Cambogia e Repubblica Democratica del Congo, e bloccano l’accesso a scuole e ospedali in Laos, Gaza, Nepal».
È bene ricordare che quando parliamo di mine anti-persona parliamo di armamenti classificati come armi convenzionali ma particolarmente odiose perché costituiscono un serio pregiudizio per i combattenti a causa delle sofferenze che essi devono subire ma, soprattutto, per la pericolosità che esse rappresentano per le popolazioni civili. Talune di esse come le mine sovietiche PFM-1 – conosciute anche col nome di pappagalli verbi o mine farfalle – hanno una forma aerodinamica accattivante che troppo spesso suscitano l’attenzione dei bambini, bersagli inconsapevoli di queste armi.
La battaglia per la messa al bando di queste armi è stata molto lunga, ma molto c’è ancora da fare. Dal 1997, circa 42 milioni di mine antipersona contenute negli arsenali sono state distrutte; ma 13 Paesi continuano a produrle pur se la commercializzazione è virtualmente bloccata.
Ad oggi il Rwanda – come conferma Ben Remfrey, del Mines Awareness Trust – è il primo paese ad essere stato completamente liberato dalle mine che nella guerra civile del 1990/94 avevano fatto centinaia di vittime.
La stessa pericolosità e in discriminazione nel colpire la popolazione civile caratterizza anche un altro armamento convenzionale: le cluster bombs, le cosiddette bombe a grappolo; bombe, in genere lanciate da aerei o dal suolo, che contengono un certo numero (fino a migliaia) di submunizioni (o bomblets) che, al momento dell’esplosione dell’ordigno principale (dispenser), vengono scagliate a distanza e si sparpagliano sul terreno. Esse hanno un margine di errore dichiarato – dalle aziende produttrici – del 5% ma in realtà l’errore verificato sul terreno è di gran lunga maggiore. Il problema principale di questo tipo di armi è che ogni bomba può contenere fino a 650 sub-munizioni che, sembra, vengano disseminate per un raggio di diverse centinaia di metri e fino al 40% restano inesplose e pronte a detonare sul terreno e le cui vittime sono per almeno il 60% dei casi i bambini.
Il 3 dicembre 2008 ad Oslo è stata firmata la Convezione internazionale che mette al bando le ‘cluster bomb’, o bombe a grappolo, responsabili della morte e della menomazione di migliaia di persone. Naturalmente tra i firmatari – attualmente 105 – non compaiono alcuni tra i maggiori produttori dei micidiali ordigni: Stati Uniti, Cina, Russia, Israele, India e Pakistan che hanno disertato fin dall’inizio il processo di Oslo. Tra i Paesi che in primis ratificato la convenzione, si annoverano non solo i promotori quali Norvegia, Austria, Santa Sede, Irlanda, Messico, e Nuova Zelanda; ma anche Paesi che hanno usato le bombe a grappolo quali Albania, Croazia, Sierra Leone, Zambia e Paesi che hanno stock di cluster bombs come Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Moldova, Montenegro, Slovenia, mentre la Spagna è il primo paese a concludere la distruzione del proprio stokpile.
In 15 mesi, è stato conseguito il numero delle 30 ratifiche necessarie all’entrata in vigore, prevista conseguenzialmente per il 1 agosto 2010 per ora l’Italia non è tra i paesi ratificanti ma ci si augura una celere adesione. Non bisogna però dimenticare che aderire a convenzioni internazionali significa accettare obblighi e vicoli ma anche assumere oneri. L’11 dicembre 2008 il Senato italiano ha praticamente azzerato il Fondo 58/2001 dedicato alle operazioni di “mine action”, rigettando gli emendamenti a favore del suo ripristino e trasformandoli in ordini del giorno eludibili. Inoltre, l’Italia non ha ancora rivelato la quantità e la tipologia di munizioni cluster in proprio possesso, nonostante da un documento di Human Rigths Watch, l’Italia risulta tra i Paesi che hanno prodotto munizioni cluster e «possono averne stoccate un’ampia quantità». Inoltre, nonostante le aziende italiane abbiano riconvertito la produzione all’indomani della ratifica della Convenzione di Ottawa, l’associazione EveryOne in un appello al generale dell’Onu Ban Ki-moon evidenzia che «è necessario vigilare sui comportamenti irresponsabili degli Stati che perseguono politiche industriali mortifere, dedicando enormi risorse al mercato bellico». Il Gruppo EveryOne, inoltre, ha denunciato che l’Italia “ha proseguito nella produzione dei componenti che servono per assemblare le mine”, nello specifico alcune aziende bresciane hanno continuato la produzione di schede che permettono il funzionamento delle mine, nonostante ufficialmente vengano prodotte per altri usi. Sarebbe, dunque, necessario costituire apposite commissioni internazionali che effettuino controlli presso le aziende di componenti elettronici e di produzione armamenti.