Cina, Google ci ripensa
Il matrimonio tra Google e il governo cinese è in piena crisi, ma il divorzio sembra lontano. I vertici del colosso americano dell’informatica hanno affermato di aver rilevato numerose violazioni del sistema ed in particolare attacchi ad alcuni account di Gmail posseduti da attivisti per i diritti umani. Gli hacker autori della violazione potrebbero essere stati assoldati dallo stesso governo cinese, che da tempo impone gravi restrizioni e opera forti censure sui risultati dei motori di ricerca. Filtri imposti dall’alto che rendono la conformazione di Google.cn già assai singolare, obbligando il motore di ricerca a bloccare quelle immagini, notizie e portali che “infrangerebbero” le leggi vigenti. Per questo Google in passato aveva ricevuto pesanti critiche di “collaborazionismo” per aver accettato le condizioni del governo orientale pur di non perdere il più grande mercato mondiale, ma ora che gli accordi su cui si basava il loro contratto sono venuti meno, i dirigenti del più grande motore di ricerca del mondo minacciano di eliminare ogni forma di filtraggio o addirittura di ritirarsi.
Quest’ultima ipotesi, in realtà, gioverebbe poco all’azienda di Mountain View in quanto la Cina è ritenuta un territorio fertile per gli investimenti economici grazie alla sua forte e continua espansione nel campo e ai suoi 300 milioni di utenti che garantiscono un profitto di 600 milioni di dollari all’anno.
La questione incide negativamente sui rapporti tra Washington e Pechino, proprio ora che il Presidente Obama dichiara la propria disponibilità ad avviare un dialogo aperto con i vertici della Cina. Lo stesso segretario di stato U.S.A. Hillary Clinton ha annunciato l’invio di una nota di protesta alla Cina spiegando che non si tratta solo di scelte economiche e aziendali, ma che bisogna decidere se sia ancora possibile mostrarsi accondiscendenti nei confronti di queste palesi violazioni della libertà individuale.
Se Google.cn diventerà un motore di ricerca libero a tutti gli effetti con grande probabilità sarà del tutto oscurato, come già è successo in passato con Wikipedia. Il ministero dell’Informazione cinese considera come tabù tutte le informazioni che possono in qualche modo intaccare la propaganda di partito, ad esempio qualunque tipo di forma di solidarietà con il popolo tibetano o con quello dello Xinijang.
La conquista della libertà di informazione e di pensiero in Cina resta ancora un miraggio, infatti il governo opera le sue scelte con molta cautela. Si pensi che un sito di uso quotidiano in occidente come Youtube, nel paese della grande muraglia è stato oscurato nel 2008 perché aveva ospitato un video con in cui erano filmate le violenze dell’esercito cinese contro i tibetani. Per sostituire Youtube i vertici di Pechino hanno incaricato alcuni ingegneri informatici fedeli al regime di progettare un surrogato statale del sito americano, dove ovviamente non è possibile trovare video provenienti dall’estero o che non siano di gradimento alle autorità.
Viviamo l’epoca della rivoluzione tecnologica e il settore delle comunicazioni ha certamente conosciuto uno sviluppo intenso e rapido. Viene dunque spontaneo chiedersi per quanto tempo ancora si riuscirà a tenere sotto controllo il flusso di informazioni in entrata e in uscita dalla Repubblica Popolare Cinese dove vivono 1.306.313.813 di persone, pari a circa al 20 per cento della popolazione mondiale.
Internet deve essere pensato come una grande rete che collega gli individui in ogni parte del mondo e proprio per questa sua natura multiculturale è il più grande mezzo di comunicazione pluralista che sia mai stato pensato. Nonostante i numerosi sforzi e tentativi di controllo e manipolazione da parte di taluni governi il web trova sempre una scappatoia per raggirare queste limitazioni. Forse un giorno sui libri di storia internet sarà ricordato come l’invenzione che ha reso l’uomo libero.
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