Campagna elettorale 2.0?
Siamo ormai al rush finale della campagna elettorale per le regionali .Come ad ogni tornata elettorale, è interessante valutare la cifra comunicativa adottata dai contendenti, compreso l’utilizzo ormai imprescindibile dei vari nuovi canali messi a disposizione dal web. Ne parliamo con Mario Rodriguez, docente di comunicazione pubblica all’università di Milano, di comunicazione politica all’Università di Padova, nonché editorialista del quotidiano “Europa” e consulente di comunicazione (arduo tenere il conto delle campagne elettorali per le quali ha svolto consulenze…).
Percepisci qualche novità nello stile comunicativo adottato dalle formazioni politiche per questa tornata elettorale rispetto alle precedenti?Hai qualche esempio emblematico sulla punta della lingua?
“A me pare che siamo del tutto dentro ad una fase di stagnazione. Nemmeno reazione perché almeno ci sarebbe movimento. Stagnazione. C’è distacco tra la società che chiede una certa cosa (scegliere i candidati, riconoscersi in leader che assumono responsabilità in un contesto “individualizzato” cioè di attenzione a “me” personalmente) e la politica che non sembra interessata a dare risposte perché ragiona proprio su un’altra lunghezza d’onda (autoreferenziale e un po’ arrogante). In questo distacco covano tensioni che vanno governate, cioè aiutate a emergere in modo non traumatico.
Successe così negli anni 70 con la televisione. La società proponeva nuove tecnologie capaci di offrire nuove opportunità alle persone. La politica volle governare quelle tensioni in modo rigido e queste esplosero a metà degli anni 80 in modo irruento generando conseguenze destabilizzati. Oggi siamo ad un momento analogo: la tecnologia attraverso la rete sta rafforzando tensioni confuse ma fortemente innovative che hanno radici profonde nella società. Tutto spinge verso forme nuove di rappresentanza e di articolazione del potere di rappresentanza. Ma le forze politiche centrali, nazionali, stataliste, non colgono queste istanze. Non le riconoscono e non le governano. Così da un lato c’è un fiorire di candidati che sembrano pezzetti di uno specchio in frantumi che riflette all’infinito un volto deformato ma sorridente, dall’altro, organizzazioni e leader che rappresentano sempre meno e che invece vorrebbero non solo rappresentare ma essere riconosciuti come rappresentanti quasi per grazia ricevuta, per default. Il tutto si trasforma in slogan autoreferenziali e non credibili, privi di autenticità, che generano rumore, rendono meno efficace la democrazia e accrescono il distacco tra società e politica.”
Il crinale tra propaganda e comunicazione appare sempre più sottile. “Parlare alla pancia” o “Politica spot” o “politica che si plasma sui sondaggi” sono definizioni che si usano spesso per denotare un agire tutto improntato alla propaganda. Ne risulta un panorama politico più somigliante ad un reclutamento di tifoserie che non ad una mobilitazione virtuosa dell’elettorato inteso come opinione pubblica. Intravedi segnali che lascino presagire dei mutamenti di questo quadro?
“Credo che la tv non solo abbia trasformato la politica in una campagna permanente ma ha anche segnato l’affermazione della cultura popolare e in questo contesto anche la cultura politica è diventata “pop”. È un fenomeno inarrestabile e irreversibile che va analizzato e capito per tentare di governarlo, o meglio, farci il surf sopra senza essere travolti dalle onde! Non credo più alla politica come qualcosa che plasma la storia ma come qualcosa che aiuta a trovare soluzioni a problemi che l’evoluzione sociale presenta sempre in forme diverse da quelle che erano state previste. È una rincorsa! Appunto come il surf. L’onda non la determiniamo noi come il vento. Ma una buona regolazione dei pesi e delle vele ci permette se non di andare proprio dove volevamo alla prima, almeno di evitare di andare a scogli! E aspettare il momento giusto per entrare in porto.”
E’ stata citata a iosa la campagna elettorale di Barack Obama per la sua efficacia penetrativa; l’utilizzo dei social network è stato visto come una delle armi vincenti del presidente della Casa Bianca. Da allora pare imprescindibile anche ai partiti nostrani una presenza su Facebook, su Twitter e via discorrendo. Come valuti l’approccio delle formazioni politiche italiane a questi strumenti? Cogli elementi innovativi che rispondano alla specificità della modalità comunicativa dei social network? A volte si ha l’impressione che siano vissuti come semplici terreni da presidiare, a mò di spruzzatine feline per marcare il territorio, senza però coglierne appieno le potenzialità.
“Trovo molto provinciale il modo in cui si fa riferimento a Obama e al suo uso della rete. Si passa da un’esaltazione superficiale e acritica a un’incapacità di cogliere l’approccio sistemico, integrato, la cultura nuova che ha metabolizzato le potenzialità della rete. In Italia non siamo nemmeno al Web 1,05 altro che 2.0! Anche verso il web domina ancora un approccio strumentale alla comunicazione. Domina il modello trasmissivo quello che considera la comunicazione come un set di strumenti da utilizzare alla bisogna. Mentre solo un approccio antropologico culturale, che considera la comunicazione come un fenomeno culturale che implica l’adozione di comportamenti consistenti (coerenti e conseguenti) permette lo sfruttamento delle potenzialità del web. D’altronde siamo solo all’inizio. Siamo nel mezzo. Io credo che il web avrà effetti sulla società più forti di quelli avuti dalla tv. Negli anni 50 l’inizio delle trasmissioni tv da parte della Rai fu trattato sul Corriere alla stregua del nuovo questore de l’Aquila! E ancora nei primi anni 60 le terze pagine dei grandi quotidiani nazionali ospitavano solo opinioni di intellettuali convinti che la tv fosse un fenomeno non destinato a modificare la cultura “ufficiale”. Se tanto mi dà tanto …”