Azzarà: l’incubo è finito
Intervista ad Antonella Napoli, presidente di “Italians for Darfur”
Francesco Azzarà è libero. Giovedì pomeriggio la notizia del rilascio. Il logista di Emergency era stato rapito il 14 agosto del 2011 da un commando filogovernativo, mentre si recava all’aeroporto di Nyala. Il 9 luglio scorso è stata proclamata l’indipendenza del Sud Sudan, riconosciuta ufficialmente dal governo di Omar Hassan Al Bashir. Abbiamo cercato di ragionare sul rapimento e il contesto del Darfur con Antonella Napoli, presidente di “Italians for Darfur”.
- Dott.ssa, come ha appreso della liberazione di Azzarà? Cosa ha provato?
«Sono stata informata dal nostro referente in Sudan, Suliman Ahmed Hamed. È stata una gran bella sorpresa. Solo poche ore prima con il papà di Francesco avevamo parlato delle iniziative da portare avanti per tenere alta l’attenzione sul suo rapimento, come il concerto del 27 dicembre al teatro San Genesio a Roma, che ora si trasformerà in una festa per la liberazione di Francesco. Ma senza dimenticare la gente del Darfur, che continua a soffrire».
- Si può ipotizzare un collegamento tra la secessione del Sudan, l’instabilità politica della regione e il rapimento di Azzarà?
«Di certo quello di Azzarà è stato un sequestro anomalo, per il contesto e le modalità con le quali è stato prelevato. Va ricordato che il sequestro è avvenuto in un’area sotto il controllo governativo. Ma questo rapimento è stato solo uno dei più gravi di una serie di episodi che portano alla luce quanto denunciamo da tempo: la situazione in Darfur è più grave che mai.
Va ricordato che in Darfur da mesi, ormai, si susseguono violenze, sequestri, arresti arbitrari e altre violazioni dei diritti umani. E non solo contro la popolazione locale. Anche i caschi blu di Unamid, la missione di pace congiunta di Nazioni Unite e Unione Africana dispiegata nel Darfur, sono spesso vittime di attacchi e rapimenti. Il governo del Sudan da tempo, ormai, minaccia di porre fine alla presenza dei peacekeepers, se il mandato della missione dovesse essere modificato».
- Secondo la sua esperienza, il movente del rapimento può essere stato, se non politico, mediatico? Nel progetto dei rapitori c’era l’intenzione di attirare l’attenzione del mondo sulla questione Sudan?
«Non è da escludere. Da tempo i ribelli che operano nell’area del Jebell Marra lamentano il disinteresse della comunità internazionale nei confronti della sorte della popolazione di quelle aree. Ma non è ancora chiaro se i rapitori fossero davvero degli oppositori del governo di Bashir o gruppi armati di etnia araba, come il governatore del sud Darfur. Le forze di sicurezza sudanesi hanno arrestato le sei persone che tenevano prigioniero Francesco e a breve i punti oscuri di questa vicenda verranno chiariti».
- Francesco è un logista di Emergency, lei è la Presidente di Italians for Darfur. In questi mesi c’è stata sinergia tra le vostre organizzazioni?
«Abbiamo messo a disposizione tutti i nostri contatti e le nostre relazioni istituzionali in Sudan e in Italia. Il nostro referente a Khartoum, Suliman Ahmed Hamed, ha interagito con Rossella Miccio, responsabile del coordinamento umanitario ad Al Salam Center. Ed era proprio Suliman che ci aggiornava sullo stato delle trattative e sugli impedimenti che hanno frenato la liberazione di Francesco».
- Quanto è stata utile la raccolta di firme promossa da Italians for Darfur per scuotere l’opinione pubblica sul rapimento?
«Voglio credere che abbia contribuito quanto meno a tenere alta l’attenzione sul sequestro, nel momento in cui la stampa seguiva con meno interesse il caso e le autorità competenti sembravano attendiste e meno attive. Sia l’Ambasciata del Sudan sia i nostri contatti in Sudan ci avevano garantiti che Francesco stava bene e che avevano la situazione sotto controllo. A settembre, quando abbiamo consegnato le 1.300 firme raccolte, sembrava questione di giorni la sua liberazione. Abbiamo dovuto attendere qualche mese in più, ma alla fine Francesco è tornato a casa. Ed è questa l’unica cosa che conta».
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