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Autotrasporti, che confusione

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Col decreto “cresci-Italia” si scatenano proteste non sempre giustificate

La verità è che ci siamo abituati male. Negli ultimi dieci anni il nemico maggiore sembrava essere l’ignavia della gente, incapace di scendere in piazza per protestare contro i provvedimenti di un Governo disinteressato al Paese. Allora ogni qualvolta si organizzava una manifestazione, un corteo, una protesta organizzata, bisognava ringraziare.

autotrasportiNon importava se il motivo di fondo fosse condiviso da tutti, se molti andavano sotto il Palazzo solo per sentito dire, per motivi personali o per una propria idea di politica. L’importante era esserci e protestare. Contro cosa? Berlusconi.

Incredibile come una sola persona potesse rappresentare il collante unico del fronte di opposizione. Scaduti anche i valori della fazione politica opposta: per essere contro Berlusconi non bisognava essere di sinistra, tutti potevano protestare. E finiva sempre in una grande festa, neanche la finale dei mondiali.

Così, all’impoverimento del dibattito politico, si è unito l’impoverimento della piazza, che in teoria dovrebbe rappresentare la fucina dei bisogni che la classe politica deve rappresentare e portare all’attenzione del potere legislativo.

Non si tratta neanche più di ideologie, ma di semplice tutela dei propri interessi. E’ quello che abbiamo sotto gli occhi ogni qualvolta nell’agenda politica entri la parola “liberalizzazioni”. Intere categorie scendono in piazza per manifestare il loro dissenso, diritto sacrosanto, ma quando si chiede loro il perché di tale protesta, le motivazioni vacillano. Il perché è sufficientemente chiaro, ma è sempre scomodo ammettere la verità, quindi si finisce sempre con un “fino ad oggi le cose andavano bene così, perché ora cambiarle?”.

Per non parlare poi delle miriadi di ipotesi di catastrofi, i presunti complotti, la classe politica che vuole affamare il popolo, le banche, la corruzione dei parlamentari. Tutta una serie di fatti che, veri o no, poco c’entrano con l’argomento di cui si dibatte.

La povertà di idee, la mancanza di un’ideologia o di una morale di fondo si vedono poi, nei momenti più caldi delle proteste.

Prendiamo ad esempio ciò che è accaduto con gli autotrasportatori. Viene approvato il decreto legge “cresci-Italia”, che prevedeva un aumento delle accise sui carburanti e l’aumento del pedaggio autostradale, oltre che un consistente aumento sul premio RC auto. Gli autotrasportatori si sono mobilitati, in quanto ritenevano che queste misure anti-crisi avrebbero gravemente messo a rischio il loro lavoro, costretti ad aumentare le tariffe, quando è per loro possibile, favorendo la concorrenza estera.

Le associazioni di categoria chiedono al governo Monti di modificare alcuni di questi provvedimenti e chiedono un incontro. Da questo nasce una modifica al decreto, che prende in considerazione le richieste della categoria, prevedendo dei rimborsi trimestrali per il carburante e i pedaggi e garantendo consistenti sgravi per RC auto.

Problema risolto? Per la maggior parte delle sigle sindacali sì. Lo sciopero indetto giorni prima è revocato, anche se il discorso col governo rimane aperto per alcuni particolari sulla regolamentazione del trasporto da parte di ditte estere.

Una minoranza, invece, scende per strada e cominciano i numerosi blocchi, di cui tutti abbiamo sentito parlare. Le conseguenze sono state immense: negozi senza merce, mercati chiusi, pompe di benzina senza rifornimenti, disagi alla circolazione, atti vandalici e, purtroppo, anche una vittima.

I contestatori agitano le stesse motivazioni precedenti all’incontro col governo, come se nulla fosse mai successo. Interpellati a riguardo, hanno risposto che le correzioni fatte non funzioneranno, che le varie agevolazioni verranno aggirate e che non credono che il problema della concorrenza estera verrà mai risolto a favore delle aziende italiane. Insomma non si fidano.

Si è calcolato che questi blocchi siano costati all’incirca 200 milioni di euro al giorno. Una bella cifra, considerando la crisi. Eppure le proteste sono andate avanti per parecchio, costringendo le persone a fare code chilometriche per la benzina, mettendo a rischio gli approvvigionamenti di beni primari, creando difficoltà a tutti, indistintamente.

Soprattutto il sud è stato colpito.

Ciò che ha suscitato più clamore, è stata la pesante dichiarazione del presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, che ha sostenuto la presenza di infiltrazioni mafiose, anche gravi, all’interno delle proteste. Una questione che ha spinto la procura di Palermo ad aprire un fascicolo.

Altre ombre, però, calano sui manifestanti più oltranzisti. Il fronte si è spaccato notevolmente, ma non per differenze programmatiche, quanto per influenze politiche. I vari capi delle rivolte si sono scagliati uno contro l’altro, puntando il dito contro le rispettive appartenenze partitiche.

Messe tutte insieme queste considerazioni minano fortemente l’immagine della protesta, mettendo in cattiva luce il movimento stesso e le presunte rivendicazioni non soddisfatte dal governo. Ci sono molte cose che non quadrano, che fanno pensare, come ha già detto il presidente dell’Unatras Francesco Del Boca, che ci sia una grandissima disinformazione fra gli autotrasportatori e una loro fortissima strumentalizzazione per fini ben diversi dai loro interessi.

Il problema di fondo, purtroppo, rimane sempre lo stesso. Ci sono molti nodi da sciogliere nel nostro Paese e la strada è dura. Il governo tecnico di Monti sta provando a cambiare molte cose, ma da solo non basta. Il vero problema del nostro Paese è la mentalità della Prima Repubblica, che non ci ha mai abbandonato.

Ieri è morto Scalfaro, colui che ha guidato il nostro paese fuori dalla grandissima crisi politico-sociale dei primi anni ‘90. Lui, democristiano di formazione, ha dialogato con tutte le parti politiche, mettendo al di sopra di ogni interesse la democrazia e il senso repubblicano, per il bene dell’Italia, per il bene di tutti. Quando impareremo anche noi?

(fonte immagine: http://www.ilsecoloxix.it)

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