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Antonio Conte: esempio di stile e coerenza

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Come calciatore è stato per anni pilastro, capitano e inesauribile motore di centrocampo della più titolata squadra italiana, la Juventus. Buono anche il suo contributo in nazionale che, dal mondiale americano del ’94 all’Europeo Belgio Olanda del 2000, l’ha sempre visto presente in innumerevoli convocazioni da parte dei diversi selezionatori azzurri. Da come ha messo gli scarpini al chiodo ha iniziato una nuova avventura, quella di allenatore.

Chiaramente stiamo parlando di Antonio Conte, che proprio in questi giorni è tornato agli onori della cronaca per aver deciso di terminare la sua avventura con l’Atalanta, dimettendosi dopo una serie di risultati certamente non convincenti. Ma partiamo dal principio: Antonio Conte comincia la sua carriera di mister come vice di De Canio al Siena nel 2006; nella stagione successiva ha già la sua prima panchina da “comandare”, quella dell’Arezzo in serie B che in quella stagione parte con ben 6 punti di penalizzazione: l’inizio non è certo positivo e come presumibile lo porterà ad un esonero che alla resa dei conti risulterà prematuro. Infatti verrà richiamato nuovamente in primavera con una situazione ancor più catastrofica di quella che aveva lasciato. Ciononostante un’incredibile rimonta lo porta a giocarsi la salvezza all’ultima giornata, che però non avverrà per un’inaspettata vittoria dello Spezia (concorrente diretta nella lotta salvezza) proprio sul campo della “sua” Juventus, all’epoca condannata alla serie cadetta per il noto scandalo di Calciopoli.

Conte, però, dimostra di essere un leone indomabile anche in panchina tanto quanto lo era sul rettangolo di gioco, per questo motivo il 28 dicembre 2007 va a sostituire il dimissionario Materazzi al Bari immischiato nella lotta per non retrocedere sempre in serie B. Finire sulla panchina barese per un leccese e un po’ come essere bianco ad Harlem e questo i tifosi salentini non glielo perdonano. Subirà un’aggressione dalla frangia più estremista degli ultras giallorossi, ma incurante di tutto sarà capace di portare la squadra di Matarrese ad una tranquilla posizione di metà classifica andando ben oltre qualsiasi pronostico. L’anno dopo viene confermato e, con la maggiore conoscenza del gruppo di giocatori a disposizione, stronca ogni avversaria concludendo il campionato primo in classifica e regalando al Bari la serie A.

Sembrerebbe ad un passo dalla Juventus per il dopo Ranieri, ma a sorpresa rinnova con il Bari. Le sorprese però sono destinate a non finire qua: a pochi mesi dall’inizio del campionato, il 23 giugno 2009, la società e l’allenatore rescindono consensualmente il contratto in seguito a divergenze di opinioni riguardo al potenziamento della squadra. Insomma, una bel carattere questo Antonio Conte.

E ora arriviamo ai giorni nostri. Il 13 settembre 2009 Conte sostituisce Gregucci sulla panchina dell’Atalanta che fino ad allora non aveva ottenuto neanche una vittoria nella massima serie. Il  cambio di marcia è sorprendente: arrivano bel gioco e risultati. Inoltre, senza troppi problemi mette tra le riserve Cristiano Doni, che là a Bergamo è considerato quasi una divinità. È proprio la scelta di escludere lo storico capitano atalantino la causa che incomincia a incrinare il rapporto tra lui e il pubblico neroazzurro. E se in un primo momento con i punti e le vittorie la pressione è molto lieve, quando la squadra non riesce più a vincere Conte inizia ad essere messo sotto accusa. Il pubblico gli è contro e il suo 4-4-2 non gira più. Il 7 gennaio si gioca il tutto per tutto con il Napoli in casa, ma anche in questa circostanza arriva la sconfitta. Il malcontento dei bergamaschi è, quindi, notevole: contestazione, cori contro l’allenatore leccese e ultras in fiamme pronti a metterlo alla gogna.

Conte a quarant’anni non ha ancora imparato le logiche del compromesso. Lui è fatto così: tutto o niente. Senza troppi problemi urla ai tifosi in faccia la sua rabbia e nel colloquio a fine partita tra loro e la squadra pare che non se le siano proprio lasciate a dire.

L’indomani capisce che è di troppo. Dimissioni e addio Bergamo. Antonio Conte ha di nuovo dimostrato di che pasta è fatto: non sarà ancora uno stratega della panchina, ma sicuramente è una persona coerente e con una propria morale. Ha deluso e si è messo il tifo contro e allora, con grande lealtà e onestà intellettuale, ha chiesto la rescissione del contratto ancor prima di ogni mossa eventuale del presidente Ruggeri e, soprattutto, ha rinunciato a gran parte dell’ingaggio.

Analizzando questo caso e raffrontandolo a quello di altre panchine di serie A, dove allenatori alle prime armi non risultano essere in grado di fare il loro mestiere e sono in crisi di risultati e gioco da diversi mesi, pur rimanendo saldi alle loro panchine (e ai loro lauti stipendi), è veramente stimabile e ammirevole il carattere dell’allenatore leccese. D’altronde signore lo si può anche diventare, ma “Conte” – mai come in questo caso – si nasce.

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