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Pirandello nel cuore di Roma

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L’ultima dimora di Luigi Pirandello, il suo Studio romano, è rimasto intatto nella struttura e nell’arredamento. Nel soggiorno ci sono le librerie originali dello scrittore agrigentino, riempite con oltre duemila volumi – tra cui gli autografi dell’“Enrico IV”, “Uno, Nessuno e Centomila” e “A’Birritta cu’i ciancianeddi” – sulla grande scrivania sono conservati i suoi strumenti di lavoro -  la macchina da scrivere e il pennino -  sulle pareti sono appese le foto e i quadri del figlio Fausto: oggetti conservati per oltre sessant’anni, dal 1933, quando lo scrittore tornò in Italia dopo gli anni trascorsi a Berlino e a Parigi. Tre anni dopo, il 10 dicembre del 1936, Pirandello si era spento per una grave polmonite.

Se la mobilia è quella originale è cambiato molto, invece, il panorama che si può scorgere dalle grandi finestre del salotto: non si vedono più i cipressi di Villa Torlonia da un lato e la campagna romana incontaminata dall’altro, al loro posto ci sono strade e palazzine più o meno eleganti. In epoca fascista il quartiere Nomentano non esisteva, quel villino distante poco meno di un chilometro dalla celebre Porta Pia era immerso nella natura, distante e al riparo dalla frenesia del centro storico:“ Il mio studio è tra i giardini – scriveva Pirandello nella  novella “ Visita”, pubblicata nel 1936 dal Corriere della Sera – cinque grandi finestre, tre da una parte e due dall’altra,; quelle più larghe, ad arco; queste, a usciale, sul lago di sole di un magnifico terrazzo a mezzogiorno; e a tutt’e cinque, un palpito continuo di tende azzurre di seta. Ma l’aria dentro è verde per il riflesso degli alberi che vi sorgono davanti. Con la spalliera volta contro la finestra che sta nel mezzo e un gran divano di stoffa anch’essa verde ma chiara, marina; e tra tanto verde e tanto azzurro e tanta aria e tanta luce, abbandonarvisi, stavo per dire immergervisi, è una delizia”.

Nella camera da letto niente è stato toccato. Tutto è restato fermo a quel lontano 10 dicembre del 1936: il letto, le coperte e l’armadio con dentro la divisa da Accademico sono stati conservati con cura dai parenti, che addirittura hanno vietato a studiosi e visitatori di scattare fotografie. Ugo Ojetti ne” L’ultima visita a Pirandello”, edito da Almanacco Bombiani nel 1938, ha ricordato il giorno della morte dello scrittore, ha raccontato le sue sensazione mentre stava in piedi nella camera da letto, di fronte al corpo del caro amico coperto da un lenzuolo:“ …qualcuno mi dice: Se vuole può entrare nella camera..- E’ subito fuori dello studio, a destra, a due passi dalle scale. Entro. La porta si richiude dietro me. Sono solo col mio amico, che sta disteso sul suo piccolo letto. Ma il mio amico è invisibile: col lenzuolo gli hanno coperto anche il volto. Gli pongo una mano sulla grande fronte attraverso al sudario credo di sentirla ancora tiepida. Poi gli stringo le mani congiunte. Altri prima di me devono aver toccato queste mani, accarezzato il volto. Così il lino aderendo al fondo del cranio, al naso, agli zigomi, alla punta della barba, ai polsi, alle nocche delle dita, modella l’esile corpo, ne da come un largo abbozzo, di gesso. Non è una forma che si disfa: sembra una forma che ritrovi lenta il suo modello, ma candida. Anche di faccia a lui il cielo nel rettangolo della finestra è bianco. Torno di là con i parenti..”

Lo Studio di Luigi Pirandello è in  via Antonio Bosio, al secondo piano di un villino con la facciata gialla e rosa coperta dai grandi alberi del giardino d’ingresso e con una lapide sul muro che ricorda il romanziere-novelliere. Al primo piano c’è la sede dell’ Ufficio centrale Metrico del ministero dello Sviluppo Economico.  La famiglia, dopo la morte dello scrittore, donò lo Studio allo Stato, ma all’inizio degli anni ‘60 gli stessi eredi di Pirandello insieme ad alcuni intellettuali lanciarono un grido d’allarme per evitare che quel grande patrimonio della cultura italiana, in uno stato di abbandono e degrado, andasse perduto per sempre. Il professor Umberto Bosco, docente di storia della letteratura italiana all’Università di Roma decise di trasformare quello che all’epoca era solo uno “squallido e triste deposito di pochi cimeli di un morto” in un’ attiva officina di studi, ed iniziò un faticoso lavoro di ristrutturazione, restauro, recupero e riordinamento del materiale documentario.

Così nel 1962, nell’anno in cui fu celebrato a Venezia il congresso Internazionale sugli Studi Pirandelliani, nacque l’Istituto per gli studi Pirandelliani e sul Teatro contemporaneo e come sede fu scelta l’ultima dimora abitata dallo scrittore. L’archivio di Pirandello da quel momento si è arricchito grazie alle donazioni di molti intellettuali tra cui gli eredi del commediografo Ugo Betti e dell’attore Alfonso Alfonsini Di Stefano.

Grazie all’impegno dei famigliari di Pirandello e di Umberto Bosco lo Studio per anni dimenticato è oggi un museo apprezzato e riconosciuto, visitato da scolaresche, associazioni culturali, turisti e studiosi dello scrittore agrigentino.

Dal 1986 l’Istituto per gli studi Pirandelliani, presieduto dallo scrittore Alessandro D’amico, pubblica il quadrimestrale di drammaturgia sul teatro contemporaneo “Ariel”, edito da Bulzoni e diretto da Alfredo Barbina, e nel 2008 è entrato a far parte dell’Albo degli Istituti culturali della regione Lazio.

Foto: http://1000bolleblog.com

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