“Vigilando redimere”
Il caso Cucchi e le morti sospette nelle carceri.
Si può morire di carcere? A quanto pare la cronaca che leggiamo sui giornali in queste settimane dà una risposta affermativa a un quesito che in un paese civile e democratico non dovrebbe essere nemmeno posto. Hegel , il filosofo padre dello stato civile, sosteneva che la pena inflitta dopo un reato non deve avere esclusivamente uno scopo punitivo. Anzi, l’obiettivo principale di una condanna dovrebbe essere la riabilitazione del soggetto reo in modo tale che al termine di questa possa reinserirsi del tutto nella società.
Stefano Cucchi, giovane romano di 31 anni, è stato sorpreso in possesso di venti grammi di hashish, due di cocaina e qualche pasticca di ecstasi, il 15 ottobre scorso. Stefano aveva dei problemi con la droga ma in quanto al suo stato di salute la famiglia e soprattutto la sorella Ilaria continuano ad affermare che il giovane era sostanzialmente sano il giorno dell’arresto. Come si spiega allora la sua morte avvenuta il 22 ottobre scorso? Come si giustificano il corpo pieno di lesioni, il viso tumefatto e le ossa della schiena spezzate? Mentre la famiglia e un’opinione pubblica sempre più indignata continuano a porre queste semplici domande alle autorità il cerchio delle indagini si sta stringendo sempre di più intorno a sei persone, tre medici e tre agenti di polizia penitenziaria, che avevano Stefano in custodia nelle celle videosorvegliate sotto le aule delle “direttissime”, dove è stato convalidato il fermo del ragazzo per il possesso di droga. A indirizzare le indagini dei magistrati nei loro confronti è stata la testimonianza di un ragazzo extracomunitario che ha raccontato di aver visto dallo spioncino della cella gli agenti di custodia che si accanivano sul corpo di Stefano con calci e pugni. Una rivelazione che ha aperto uno squarcio di verità nel velo di silenzio e omertà che fino a quel momento aveva coperto la vicenda della morte di Cucchi. Ora il super testimone, coetaneo di Stefano, teme ritorsioni per la sua confessione, ma intanto è stata ordinata la riesumazione della salma del ragazzo per poter svolgere degli accertamenti. Le autorità, primo tra tutti il Guardasigilli Angelino Alfano, hanno espresso solidarietà alla famiglia Cucchi e il desiderio che presto sia fatta giustizia. Persino Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Politiche contro la droga, dopo le pesanti affermazioni dei giorni scorsi (“Cucchi era un ragazzo anoressico, tossicodipendente e sieropositivo”) ha sentito la necessità di chiedere scusa ai familiari, sostenendo la propria buona fede.
Ma parlare a posteriori non serve a placare la sofferenza di chi conosceva Stefano e ormai il dolore della famiglia e degli amici per quella vita spezzata a 31 anni è condiviso da tutti gli italiani.
Inoltre, il caso Cucchi non è l’unico di questo genere e il silenzio intorno alla vicenda ha riaperto altre ferite del passato.
Il caso Aldrovandi: Federico Aldrovandi è morto a Ferrara il 25 settembre del 2005, a soli diciotto anni. L’eroina, la ketamina e il poco alcool trovati nel suo sangue non sono stati sufficienti a giustificare come causa della morte un arresto cardiaco. Il volto di Federico riportava chiare lesioni ed è stato accertato dai medici che la morte fu dovuta alla pressione che i quattro agenti della polizia di stato che lo avevano fermato, esercitarono sulla schiena del giovane riverso sul pavimento. La registrazione della centrale operativa del 118 riporta chiaramente la voce di un agente che afferma “lo abbiamo bastonato di brutto, adesso è svenuto…non so, è morto”. Solo lo scorso 6 luglio il giudice Francesco Maria Caruso ha condannato i quattro agenti, tre uomini e una donna, a tre anni e quattro mesi di reclusione.
Ancora un altro nome sulla lista nera, quello di Aldo Bianzino, l’ebanista perugino di 44 anni, che dopo essere stato arrestato per produzione di marijuana il 12 ottobre del 2007 , è stato trovato in cella con gli occhi sbarrati e privo di vita solo due giorni dopo. L’uomo accusava malori ai quali non è stato prestato il soccorso necessario. Al momento del ritrovamento del cadavere in cella l’uomo aveva in dosso solo una maglietta, mentre il resto del corpo era completamente nudo. E’ morto per una lacerazione profonda al fegato di evidente origine traumatica. Aldo ha lasciato la moglie, che è morta “di dolore” il giugno scorso, e il figlio appena quattordicenne. Il gip di Perugia, Massimo Ricciarelli, scriverà in seguito: “La morte in carcere di un detenuto rappresenta un’evenienza sempre possibile. La morte “di carcere” costituisce invece uno degli eventi che danno la misura di quanto in uno Stato siano o meno rispettati i diritti dell’uomo. Ciò spiega perché di fronte alla morte di un detenuto si impongano verifiche dettagliate e puntuali, tali da non consentire che permangano margini di dubbio”.
A testimonianza dei metodi poco ortodossi adottati da alcuni agenti ci sono anche le voci di molti detenuti, uomini che hanno scontato la propria pena e che confermano i maltrattamenti e gli abusi di potere subiti da parte di poliziotti, carabinieri o guardie carcerarie . Il ricorso alla violenza è legittimo solo nel caso in cui l’incolumità stessa degli agenti in servizio sia messa in pericolo. Risulta difficile credere che in questi casi che ho citato le forze dell’ordine si siano sentite minacciate ed è oggi ancora più faticoso credere nella giustizia dato che i carnefici o presunti tali di queste vittime indossano una divisa di stato.
Il nostro Paese non sta attraversando un periodo sereno e questi episodi di violenza e omertà diminuiscono la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Se non c’è coesione sociale allora c’è anomia. La giustizia non è qualcosa per cui bisogna lottare, dovrebbe essere un diritto garantito in uno Stato che, invece, chiede sempre di più ai suoi cittadini dando loro sempre meno certezze.
