Bellagio,
ove il futurismo si fermò
di
Federica Salvo
«Poeti,
pittori, scultorie musicisti futuristi d'Italia! Finché
duri la guerra, lasciamo da parte i versi, i pennelli, gli scalpelli
e le orchestre! Son cominciate le rosse vacanze del genio! Nulla
possiamo ammirare, oggi, se non le formidabili sinfonie degli
shrapnels e le folli sculture che la nostra ispirata artiglieria
foggia nelle masse nemiche.» (da "Guerra sola
igiene del mondo").
Una
scrittura rossa, schizofrenica, fatta di tatto e di suoni. E’
questa l’arte di Filippo Tommaso Marinetti,
letterato, drammaturgo ed editore nato ad Alessandria d’Egitto
nel 1876 e promotore di un movimento d’avanguardia, il Futurismo.
Dopo aver abbandonato gli studi di legge si dedicò interamente
alla letteratura, sperimentando diversi stili e tipi di scrittura.
Negli anni tra il 1905 e il 1909 diresse la rivista “Poesia”
che, solo in un secondo momento, divenne un vero e proprio movimento
artistico che prese la denominazione di Futurismo il cui manifesto
fu pubblicato il 9 Febbraio 1909 in un quotidiano veronese, “L’Arena”,
a scapito di quelle voci che dicono che sia stato pubblicato per
la prima volta sulla prima pagina de “Le Figaro”.
I
primi tre articoli del Manifesto futurista rivolgono un’accusa
alla letteratura di fine Ottocento, che esaltava “l’immobilità
penosa, l’estasi e il sonno”; l’arte futurista
invece esalta “il movimento aggressivo, l’insonnia
febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed
il pugno”. Già nel terzo articolo si annuncia una
certa violenza e determinazione, che contraddistingueranno il
movimento e che in seguito influenzeranno la letteratura
nazional-fascista del Novecento. Aveva appena finito
di scrivere “Il quarto d’ora di poesia della XMas”
che una crisi cardiaca lo colse: era il 2 dicembre 1944
e Marinetti si trovava nell’hotel Excelsior, a Bellagio,
sulle rive del lago di Como.
Bellagio,
storia del vertice del triangolo lariano. I primi abitanti
della zona furono gli Insubri, almeno fino all’invasione
dei Galli che, attorno al 600 a.C. , si installarono
a Como e a Milano. I Galli su fusero con i primi abitanti e ne
assorbirono i costumi e le tradizioni. Nel 196 a.C. in quella
stessa zona arrivarono i Romani, guidati dal
console Claudio Marcello, che “vinsero” il territorio
nella battaglia di Camerlata. Ai tempi di Giulio Cesare arrivarono
nei pressi di Bellagio tantissimi coloni greci, facendo del paese
un crogiolo di etnie. Bellagio era rinomata già in tempi
antichi: ne parlò Virgilio nelle “Georgiche”
e Plinio il Giovane vi si recava per le vacanze estive.
Nel
568 d.C. i Longobardi guidati da Alboino invasero
la Pianura Padana e anche le zone limitrofe al lago di Como. Con
l’arrivo dei Franchi la Lombardia fu suddivisa
in contee - Bellagio apparteneva a quella di Milano – e
in tal modo si dette al via al feudalesimo. Dopo la dominazione
degli Ottoni di Germania cominciò una
lunga guerra che durò dieci anni per la successione vescovile
nella Diocesi di Como durante la quale Bellagio mise a disposizione
di Milano la sua flotta. Ma ciò non servì a vincere
la guerra e così Como si ritrovò assoggettata a
Milano – cosa che durò per vari decenni -.
Il
“molo 14”, festa di una diocesi. La prima
domenica di maggio nella frazione di San Giovanni, presso Bellagio
si tiene la festa del “Molo 14”,
aperto a tutti i quattordicenni i quali si suddividono in “mozzi”,
“rematori”, “cambusieri”. Essi devono
essere “vaccinati” per le varie malattie – che
sarebbero i peccati – che potrebbero prendere gli uomini
del mare. Il Vescovo in questa occasione si traveste persino da
pirata, con tanto di benda ed uncino! Tuttavia la festa non si
chiude qui, ma termina con i “Due giorni giovani”
in cui i ragazzi raccontano del loro cammino spirituale.
PER
SAPERNE DI PIU':
http://www.comune.bellagio.co.it
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