Genova,
ovvero De André e dintorni
di
Matteo Chiavarone
Il
mare, la Riviera, il porto, i vecchi carrugi. E De André.
Agli occhi della gente questa è Genova, come se la bellezza,
o lo splendore, possano essere descritti da pochi e immediati
elementi. Se non è così, però, poco
ci manca perché se Genova è bellissima, e lo è,
deve molto a tutto questo.
Così come deve molto a tutti quei grandissimi uomini a
cui la città ha dato i natali, da Eugenio Montale a Giorgio
Caproni, da Camillo Sbarbaro a Dino Campana, da Umberto Bindi
a Luigi Tenco, da Gino Paoli a Bruno Lauzi.
Molto
interessante il volume Parchi di parole – Genova
nelle opere di Cantautori e Poeti (Galata 2007), un libro
che è anche una tanto insolita quanto gradevolissima guida
turistica capace di leggere la città attraverso i luoghi
delle poesie e delle canzoni che negli ultimi anni abbiamo imparato
ad amare da questi grandissimi personaggi. Vengono proposti sette
percorsi, ognuno riconducibile a un verso o ad una musica, versi
e musiche che riecheggiano nelle strade, nei vicoli, nelle mura
che sontuosamente portano al porto.
Il
primo itinerario, come in tutte le guide che si rispettano, riguarda
il centro, un centro che non è solo la città vecchia,
ma il cuore pulsante della città, il nucleo viscerale e
innato di una creatura nient'affatto inanimata. Si inizia
dalla lanterna, dal porto, da quel tratto “di negro celeste”
cantato da Caproni per poi iniziare ad osservare la città
da un punto di vista privilegiato, il mare. Ed ecco i
locali storici della zona portuale, come il “Ragno Verde”
nominato da De André e Gennari nel loro Un destino
ridicolo, la villa del principe Andrea Doria, la chiesa di
San Giovanni, piazza Acquaverde, la Stazione Principe cantata
da un Bruno Lauzi in partenza per uno sgradevole viaggio a Milano.
E poi la Commenda di Prè, l'ascensore
per Castelletto fino ad arrivare in cima, ad osservare i tetti
d'ardesia del centro storico più grande d'Europa.
In
quella spianata, in quei vicoli, ha vissuto la gatta cantata da
Gino Paoli, in quei vicoli Caproni ha scritto le sue poesie più
belle, e lì tra un muro diroccato e un maniero in stile
Coppedè, scendendo il Corso Dogali, vi è
la casa di Montale. L'accesso alla città vecchia,
le chiese storiche, l'imponente Porta dei Vacca fino a Via del
Campo, il negozio di dischi di Gianni Tassio, ora tramutato in
museo alla memoria di De André, e tutta Sottoripa, tra
prelibatezze gastronomiche e la Caricamento che rivisse con Campana
quel senso panico di disperazione e allucinazione.
Continuando per vico Castagna fino a via di Porta Soprana e poi
ancora a piazza Matteotti: il Palazzo Ducale, il teatro
Carlo Felice, la vecchia Borsa, la storica Cambusa in
cui Tenco e De André dibatterono sulla paternità
di Quando, i luoghi di Fossati e di Irish Mannerini, poeta cieco
dell'anarchia.
Dal
centro si allargano gli altri itinerari, fino a raggiungere da
una parte Levante e dall'altra Ponente, il lungomare di Pegli,
la Sestri industriale, la zona di Marassi e Valbisagno, il fiume
che con i suoi rivi percorre gli argini anche troppo grandi per
un corso d'acqua quasi sempre asciutto, i ricordi delle bombe
sganciate durante la guerra, il cimitero, lo stadio della Sampdoria
e del Genoa, la squadra che ha portato il calcio in Italia.
E
poi la bellissima Val Trebbia, la Statale 45 cantata da Caproni,
la Valle Scrivia, i cimiteri di Loco in cui il poeta
è sepolto con l'amata moglie, la strada bianca per Ricaldone
e la tomba di Tenco.
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