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Italiani
“ladri di lavoro”. Rivolta inglese
di
Daniele Cimò
“La protesta scoppiata nel Regno Unito contro l’impiego
di operai italiani sul territorio britannico è il sintomo
di qualcosa che sta cambiando" – è il ritornello
ripetuto da politici e ed esperti economici europei. Di certo,
proteste contro gli italiani che lavorano all’estero –
e sono tanti – non si ricordano in tempi recenti, e la ricca
e multietnica Inghilterra, che ha sempre favorito l’apertura
a mercati e investimenti esteri, in rivolta contro gli
stranieri “ladri di lavoro”, è un
campanello d’allarme per tutta l’Europa.
La
protesta degli operai inglesi è iniziata a fine
gennaio quando la ditta italiana Irem, vincitrice
di una gara d’appalto da 200 milioni di sterline indetta
dalla francese Total, ha aperto un cantiere nel
Lincolnshire, nel nord dell’Inghilterra, ed ha assunto
operai e tecnici italiani con un contratto a termine
di quattro mesi. Niente di nuovo per la Irem, che ha conquistato
tanti appalti all’estero e si è sempre portata la
sua squadra di lavoratori in tutto il mondo. In questo periodo,
però, anche un contratto a termine è merce rara
e gli operai italiani approdati sul suolo inglese non sono passati
inosservati ai sindacati locali e ai loro iscritti che hanno subito
bloccato l’avvio dei lavori. Pochi giorni e le agitazioni
si sono diffuse in tutto il Regno Unito, dalla Scozia al Galles,
con gli operai di altre raffinerie a braccia incrociate in segno
di solidarietà verso i colleghi disoccupati. Alcuni giornali
e siti web inglesi hanno soffiato sul fuoco pubblicando foto e
titoli ad effetto mentre ovunque sono spuntati cartelli con la
scritta “British jobs for british workers”
(lavori britannici per lavoratori britannici), uno slogan lanciato
qualche mese prima dal Primo ministro inglese Gordon Brown.
Lo
sciopero anti-italiani è stato condannato dai
vertici dell’Unione Europea, dallo stesso Primo ministro
Brown (che ha contraddetto il suo slogan) e dai politici italiani.
Non sono mancate, però, voci a favore dei disoccupati inglesi:
Ken Loach, il regista che con i suoi film criticò
la politica della Thacter, si è schierato dalla parte degli
operai britannici in rivolta in un’intervista rilasciata
a Repubblica pochi giorni fa e anche la Lega, per tornare a casa
nostra, ha appoggiato le proteste degli inglesi. Gli esperti economici
e i politici europei sono tutti d’accordo: servono nuove
regole, una contrattazione del lavoro a livello comunitario e
bisogna evitare ad ogni costo derive protezionistiche.
Alla gente, però, le teorie economiche e le dichiarazioni
formali non interessano. La protesta che ha costretto
un centinaio di operai italiani a vivere per giorni sotto scorta
chiusi in una nave-albergo è il risultato di una
crisi economica internazionale che in Inghilterra si sta manifestando
in tutta la sua crudezza con due milioni di disoccupati
e la sterlina ai minimi storici. “ Non è
razzismo – dice un lavoratore inglese della Lindsley,
la raffineria dove è iniziata la protesta – ma
è una vergogna che qui vengano a lavorare operai stranieri
mentre gli inglesi rimangono a casa.”
Alla
fine gli operai britannici hanno vinto la loro battaglia e il
6 febbraio scorso la Total ha accettato di assumere cento operai
del posto. Un accordo importante, che ha permesso l’avvio
dei lavori alla Linsdley e ha portato serenità anche tra
i lavoratori italiani, ma che non è bastato a fermare
la rivolta nel resto del Regno Unito.
Sono
tempi duri per il Primo ministro Gordon Brown: la crisi profonda
sta svegliando istinti di sopravvivenza inimmaginabili
fino ad un anno fa. E il razzismo, nella multietnica Inghilterra
di oggi, con la rivolta c’entra poco e niente.
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