Settimanale online di informazione                                                                                                                                                                                 ANNO III Num. 5 del 9 Febbraio 2009

 

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Italiani “ladri di lavoro”. Rivolta inglese

 

di Daniele Cimò

 

 


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Italiani “ladri di lavoro”. Rivolta inglese

 

di Daniele Cimò

 

 


La protesta scoppiata nel Regno Unito contro l’impiego di operai italiani sul territorio britannico è il sintomo di qualcosa che sta cambiando" – è il ritornello ripetuto da politici e ed esperti economici europei. Di certo, proteste contro gli italiani che lavorano all’estero – e sono tanti – non si ricordano in tempi recenti, e la ricca e multietnica Inghilterra, che ha sempre favorito l’apertura a mercati e investimenti esteri, in rivolta contro gli stranieri “ladri di lavoro”, è un campanello d’allarme per tutta l’Europa.

 

La protesta degli operai inglesi è iniziata a fine gennaio quando la ditta italiana Irem, vincitrice di una gara d’appalto da 200 milioni di sterline indetta dalla francese Total, ha aperto un cantiere nel Lincolnshire, nel nord dell’Inghilterra, ed ha assunto operai e tecnici italiani con un contratto a termine di quattro mesi. Niente di nuovo per la Irem, che ha conquistato tanti appalti all’estero e si è sempre portata la sua squadra di lavoratori in tutto il mondo. In questo periodo, però, anche un contratto a termine è merce rara e gli operai italiani approdati sul suolo inglese non sono passati inosservati ai sindacati locali e ai loro iscritti che hanno subito bloccato l’avvio dei lavori. Pochi giorni e le agitazioni si sono diffuse in tutto il Regno Unito, dalla Scozia al Galles, con gli operai di altre raffinerie a braccia incrociate in segno di solidarietà verso i colleghi disoccupati. Alcuni giornali e siti web inglesi hanno soffiato sul fuoco pubblicando foto e titoli ad effetto mentre ovunque sono spuntati cartelli con la scritta “British jobs for british workers” (lavori britannici per lavoratori britannici), uno slogan lanciato qualche mese prima dal Primo ministro inglese Gordon Brown.

 

Lo sciopero anti-italiani è stato condannato dai vertici dell’Unione Europea, dallo stesso Primo ministro Brown (che ha contraddetto il suo slogan) e dai politici italiani. Non sono mancate, però, voci a favore dei disoccupati inglesi: Ken Loach, il regista che con i suoi film criticò la politica della Thacter, si è schierato dalla parte degli operai britannici in rivolta in un’intervista rilasciata a Repubblica pochi giorni fa e anche la Lega, per tornare a casa nostra, ha appoggiato le proteste degli inglesi. Gli esperti economici e i politici europei sono tutti d’accordo: servono nuove regole, una contrattazione del lavoro a livello comunitario e bisogna evitare ad ogni costo derive protezionistiche. Alla gente, però, le teorie economiche e le dichiarazioni formali non interessano. La protesta che ha costretto un centinaio di operai italiani a vivere per giorni sotto scorta chiusi in una nave-albergo è il risultato di una crisi economica internazionale che in Inghilterra si sta manifestando in tutta la sua crudezza con due milioni di disoccupati e la sterlina ai minimi storici. “ Non è razzismo – dice un lavoratore inglese della Lindsley, la raffineria dove è iniziata la protesta – ma è una vergogna che qui vengano a lavorare operai stranieri mentre gli inglesi rimangono a casa.”

 

Alla fine gli operai britannici hanno vinto la loro battaglia e il 6 febbraio scorso la Total ha accettato di assumere cento operai del posto. Un accordo importante, che ha permesso l’avvio dei lavori alla Linsdley e ha portato serenità anche tra i lavoratori italiani, ma che non è bastato a fermare la rivolta nel resto del Regno Unito.

 

Sono tempi duri per il Primo ministro Gordon Brown: la crisi profonda sta svegliando istinti di sopravvivenza inimmaginabili fino ad un anno fa. E il razzismo, nella multietnica Inghilterra di oggi, con la rivolta c’entra poco e niente.


 




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