|
I
ristoranti pieni non spiegano il benessere
di
Fabrizio Galassi
“Dicono
che c’è la crisi e poi gli alberghi durante le feste
sono sempre pieni. Per non parlare dei ristoranti al sabato. Dov’è
allora questa crisi?”. Frasi come queste si sentono
spesso e chi le formula finisce per sospettare dell’ottimismo
dei dati sulle spese turistiche oppure inizia a mettere in dubbio
l’esistenza stessa di questa crisi economica. Ma allora
siamo poveri o finti poveri?
Crisi
economica e aumento delle spese voluttuarie come le cene e le
vacanze non sono in contrapposizione, ma sono due fenomeni che
possono tranquillamente coesistere specie in un paese come il
nostro, e non solo il nostro, articolato in tanti piccoli gruppi
socio economici e non più suddiviso in ricchi, poveri e
classe media. Ci sono state notevoli modifiche socio-demografiche
che hanno introdotto forti cambiamenti anche sul piano dei consumi.
Le
famiglie italiane sono, infatti, notevolmente cambiate negli ultimi
decenni: ci sono quasi 6 milioni di famiglie
unifamiliari (di queste 2 su 3 sono anziani) e circa 5 milioni
di coppie senza figli. In queste famiglie di 1-2 persone, secondo
indagini ISTAT sul reddito e condizioni di vita,
ci sono complessivamente oltre 6 milioni di persone
in condizione di benessere. Al ridimensionamento della famiglia
si è accompagnato poi il fenomeno dei ragazzi tra 25 e
34 anni che abitano nella propria famiglia d’origine: 4
milioni di ragazzi, di cui 2 milioni con lavoro
a tempo pieno e reddito medio mensile di 1.200 €.
Molti
di questi single, coppie senza figli e bamboccioni
si caratterizzano per una capacità di spesa elevata non
tanto grazie ai loro redditi alti, quanto al fatto che la loro
condizione gli permette di non vincolare i loro budget in spese
obbligate (casa e cibo per alcuni, spese per il nido per altri).
Secondo ricerche Eurisko, ad esempio, il 60%
dei ragazzi tra 25 e 35 anni che vivono ancora in famiglia, cena
almeno 2 volte al mese nei ristoranti. La percentuale scende al
40% se osserviamo i loro coetanei che vivono da soli in case in
affitto o di proprietà. Queste percentuali si riducono
fortemente per gli over 35: solo il 25% di loro cena al ristorante
almeno 2 volte al mese. Incrociando questi dati con il censimento
della popolazione (ISTAT), arriviamo a un totale
di 13 milioni circa di persone che vanno al ristorante.
Giudicare
il benessere di un paese dalle file nei ristoranti, dalle code
d’agosto in autostrada o dal numero di i-phone acquistati
può indurre ad una distorsione della realtà. Dal
punto di vista dell’offerta, ad esempio, in Italia ci sono
più di 100.000 ristoranti e credo che i 13 milioni di persone
sono in grado di riempire tutti i tavoli disponibili. Come decisore
politico, però, attribuirei molta più importanza
al fatto che c’è una maggioranza di persone costituita
soprattutto da anziani soli e coppie giovani con figli che faticano
a far quadrare i bilanci per spese base come affitti, mutui, alimentari,
cure mediche, ecc.
Giudicare
il benessere di un paese dai tavoli dei ristoranti prenotati può
indurre in errore perché quel benessere potrebbe essere
una condizione “drogata” in cui, come detto prima,
ci si può permettere certi tipi di spesa voluttuaria paradossalmente
perché non ci si può permettere le spese obbligate
in condizioni di autonomia. Lo sviluppo del nostro paese dovrebbe
passare attraverso la pianificazione dei futuri investimenti
in infrastrutture e spese in ricerca e sviluppo piuttosto
che attraverso la programmazione dei nostri week-end.
Foto:
http://www.italiansonline.net
|