Settimanale online di informazione                                                                                                                                                                                 ANNO II Num. 46 del 22 Dicembre 2008

 

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I ristoranti pieni non spiegano il benessere

 

di Fabrizio Galassi

 

Dicono che c’è la crisi e poi gli alberghi durante le feste sono sempre pieni. Per non parlare dei ristoranti al sabato. Dov’è allora questa crisi?”. Frasi come queste si sentono spesso e chi le formula finisce per sospettare dell’ottimismo dei dati sulle spese turistiche oppure inizia a mettere in dubbio l’esistenza stessa di questa crisi economica. Ma allora siamo poveri o finti poveri?

 

Crisi economica e aumento delle spese voluttuarie come le cene e le vacanze non sono in contrapposizione, ma sono due fenomeni che possono tranquillamente coesistere specie in un paese come il nostro, e non solo il nostro, articolato in tanti piccoli gruppi socio economici e non più suddiviso in ricchi, poveri e classe media. Ci sono state notevoli modifiche socio-demografiche che hanno introdotto forti cambiamenti anche sul piano dei consumi.

 

Le famiglie italiane sono, infatti, notevolmente cambiate negli ultimi decenni: ci sono quasi 6 milioni di famiglie unifamiliari (di queste 2 su 3 sono anziani) e circa 5 milioni di coppie senza figli. In queste famiglie di 1-2 persone, secondo indagini ISTAT sul reddito e condizioni di vita, ci sono complessivamente oltre 6 milioni di persone in condizione di benessere. Al ridimensionamento della famiglia si è accompagnato poi il fenomeno dei ragazzi tra 25 e 34 anni che abitano nella propria famiglia d’origine: 4 milioni di ragazzi, di cui 2 milioni con lavoro a tempo pieno e reddito medio mensile di 1.200 €.

 

Molti di questi single, coppie senza figli e bamboccioni si caratterizzano per una capacità di spesa elevata non tanto grazie ai loro redditi alti, quanto al fatto che la loro condizione gli permette di non vincolare i loro budget in spese obbligate (casa e cibo per alcuni, spese per il nido per altri). Secondo ricerche Eurisko, ad esempio, il 60% dei ragazzi tra 25 e 35 anni che vivono ancora in famiglia, cena almeno 2 volte al mese nei ristoranti. La percentuale scende al 40% se osserviamo i loro coetanei che vivono da soli in case in affitto o di proprietà. Queste percentuali si riducono fortemente per gli over 35: solo il 25% di loro cena al ristorante almeno 2 volte al mese. Incrociando questi dati con il censimento della popolazione (ISTAT), arriviamo a un totale di 13 milioni circa di persone che vanno al ristorante.

 

Giudicare il benessere di un paese dalle file nei ristoranti, dalle code d’agosto in autostrada o dal numero di i-phone acquistati può indurre ad una distorsione della realtà. Dal punto di vista dell’offerta, ad esempio, in Italia ci sono più di 100.000 ristoranti e credo che i 13 milioni di persone sono in grado di riempire tutti i tavoli disponibili. Come decisore politico, però, attribuirei molta più importanza al fatto che c’è una maggioranza di persone costituita soprattutto da anziani soli e coppie giovani con figli che faticano a far quadrare i bilanci per spese base come affitti, mutui, alimentari, cure mediche, ecc.

 

Giudicare il benessere di un paese dai tavoli dei ristoranti prenotati può indurre in errore perché quel benessere potrebbe essere una condizione “drogata” in cui, come detto prima, ci si può permettere certi tipi di spesa voluttuaria paradossalmente perché non ci si può permettere le spese obbligate in condizioni di autonomia. Lo sviluppo del nostro paese dovrebbe passare attraverso la pianificazione dei futuri investimenti in infrastrutture e spese in ricerca e sviluppo piuttosto che attraverso la programmazione dei nostri week-end.

 

Foto: http://www.italiansonline.net

 

 

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