Settimanale online di informazione                                                                                                                                                                                  ANNO II Num. 38 del 27 Ottombre 2008

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Venerdì 24 ottobre 2008: diario di una crisi.

 

di Fabrizio Galassi

 

Lo scorso venerdì è stata una giornata nera, come quella, storica, di un altro 24 ottobre, quello del 1929. Alla notizia del crollo della Borsa di Tokyo, ai minimi da 26 anni, ha fatto seguito l’annuncio della Banca di Danimarca, che non fa parte dell’area euro, dell’aumento dei tassi al 5,5% per difendere la propria moneta. Poi è arrivata la decisione di Renault di chiudere molti dei suoi impianti di produzione per due settimane. Quello che preoccupa ora è la ricaduta della crisi finanziaria sull’economia reale. A tal proposito sarà cruciale il vertice di metà novembre a Washington voluto dagli USA e da alcuni grandi paesi europei, per individuare le iniziative necessarie a restituire fiducia.

 

In Italia si sta assistendo ad un paradossale gioco delle parti in cui le nostre banche, seppur meno coinvolte dagli investimenti in titoli “tossici”, hanno ora bisogno di iniezioni di liquidità. Ciò al fine di raggiungere un rapporto tra capitale proprio e impieghi simile a quello delle altre banche europee, che hanno beneficiato di massicci interventi di sostegno grazie ai fondi sovrani garantiti dai rispettivi governi. Le nostre banche però non vogliono dare segnali di debolezza mostrandosi troppo insistenti nel chiedere l’aiuto dei “fondi sovrani”.

 

Le nostre banche preferiscono aumentare il capitale facendo entrare nuovi soci anche se stranieri (i Libici in Unicredit) o scegliendo di risparmiare evitando di distribuire i dividendi (caso Intesa). La BCE, nello scorso intervento di finanziamento del 16 ottobre, assegnò una prima tranche di 1,9 miliardi di euro di prestiti in titoli ai big Unicredit, Intesa e Monte Paschi. Il 23 ottobre, invece, la seconda tranche di 10 miliardi di euro è andata deserta perché non c’è stata nessuna richiesta di prestiti da parte delle banche. A tal proposito non è un caso che nelle scorse settimane si è parlato di garantire l’anonimato alle banche che intendono ricorrere a prestiti istituzionali o governativi.

 

Quello che preoccupa maggiormente in questo momento è l’impatto che la crisi finanziaria avrà sull’economia reale. Bernanke, governatore FED, ha affermato senza esitazioni che questa è un tipo di crisi globale che avviene una volta ogni secolo. L’economia americana è già in recessione con i consumi in rapido calo mentre in Europa molte imprese, che hanno resistito nella prima parte dell’anno, non riusciranno a reggere a lungo. E’ opinione diffusa che anche il 2009 sarà un anno difficile e alcuni si spingono a prevedere che ci vorranno almeno 2 anni agli USA per tornare a crescere. Roubini, docente di Economia alla Stern School of Business della New York University, ha addirittura proposto di chiudere le borse per una settimana o due per evitare che si diffonda il panico.

 

Il professor Biasco, nell’intervista che ci ha rilasciato il 13 ottobre, ha sostenuto che l’ultima riduzione di mezzo punto operata dalla BCE è ancora insufficiente data la gravità della situazione. Il fatto è che la BCE è ancora molto riluttante ad assumersi entrambi i compiti di sostegno all’economia reale e di lotta all’inflazione perché non ha un partner in un governo europeo, a differenza degli Usa. Mercoledì prossimo è fissata la riunione della FED dove si attende un taglio di almeno mezzo punto del tasso di interesse per rilanciare l’economia. Il taglio dei tassi americani, se ci sarà, potrebbe essere una manovra che servirà ad incoraggiare la BCE a ridurre conseguentemente il tasso ufficiale di sconto.

 

 

 

 

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