| Venerdì
24 ottobre 2008: diario di una crisi.
di
Fabrizio Galassi
Lo
scorso venerdì è stata una giornata nera, come quella,
storica, di un altro 24 ottobre, quello del 1929. Alla notizia
del crollo della Borsa di Tokyo, ai minimi da
26 anni, ha fatto seguito l’annuncio della Banca di Danimarca,
che non fa parte dell’area euro, dell’aumento dei
tassi al 5,5% per difendere la propria moneta. Poi è arrivata
la decisione di Renault di chiudere molti dei
suoi impianti di produzione per due settimane. Quello che preoccupa
ora è la ricaduta della crisi finanziaria sull’economia
reale. A tal proposito sarà cruciale il vertice di metà
novembre a Washington voluto dagli USA e da alcuni
grandi paesi europei, per individuare le iniziative necessarie
a restituire fiducia.
In
Italia si sta assistendo ad un paradossale gioco delle parti in
cui le nostre banche, seppur meno coinvolte dagli investimenti
in titoli “tossici”, hanno ora bisogno
di iniezioni di liquidità. Ciò al fine di raggiungere
un rapporto tra capitale proprio e impieghi simile a quello delle
altre banche europee, che hanno beneficiato di massicci interventi
di sostegno grazie ai fondi sovrani garantiti dai rispettivi governi.
Le nostre banche però non vogliono dare segnali di debolezza
mostrandosi troppo insistenti nel chiedere l’aiuto dei “fondi
sovrani”.
Le
nostre banche preferiscono aumentare il capitale facendo entrare
nuovi soci anche se stranieri (i Libici in Unicredit) o scegliendo
di risparmiare evitando di distribuire i dividendi (caso Intesa).
La BCE, nello scorso intervento di finanziamento
del 16 ottobre, assegnò una prima tranche di 1,9 miliardi
di euro di prestiti in titoli ai big Unicredit, Intesa
e Monte Paschi. Il 23 ottobre, invece, la seconda tranche
di 10 miliardi di euro è andata deserta perché non
c’è stata nessuna richiesta di prestiti da parte
delle banche. A tal proposito non è un caso che nelle scorse
settimane si è parlato di garantire l’anonimato alle
banche che intendono ricorrere a prestiti istituzionali o governativi.
Quello
che preoccupa maggiormente in questo momento è l’impatto
che la crisi finanziaria avrà sull’economia reale.
Bernanke, governatore FED, ha
affermato senza esitazioni che questa è un tipo di crisi
globale che avviene una volta ogni secolo. L’economia americana
è già in recessione con i consumi in rapido calo
mentre in Europa molte imprese, che hanno resistito nella prima
parte dell’anno, non riusciranno a reggere a lungo. E’
opinione diffusa che anche il 2009 sarà un anno difficile
e alcuni si spingono a prevedere che ci vorranno almeno 2 anni
agli USA per tornare a crescere. Roubini, docente
di Economia alla Stern School of Business della New York
University, ha addirittura proposto di chiudere le borse
per una settimana o due per evitare che si diffonda il panico.
Il
professor Biasco, nell’intervista che ci
ha rilasciato il 13 ottobre, ha sostenuto che l’ultima riduzione
di mezzo punto operata dalla BCE è ancora
insufficiente data la gravità della situazione. Il fatto
è che la BCE è ancora molto riluttante
ad assumersi entrambi i compiti di sostegno all’economia
reale e di lotta all’inflazione perché non ha un
partner in un governo europeo, a differenza degli Usa. Mercoledì
prossimo è fissata la riunione della FED
dove si attende un taglio di almeno mezzo punto del tasso di interesse
per rilanciare l’economia. Il taglio dei tassi americani,
se ci sarà, potrebbe essere una manovra che servirà
ad incoraggiare la BCE a ridurre conseguentemente
il tasso ufficiale di sconto.
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