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Sicilia:
l’isola che c’è
di
Matteo Chiavarone
Davvero
un libro interessante questo di Filippo Conticello. “L’isola
che c’è” (Round Robin 2008) è
un lavoro di ricerca, collage, denuncia che mostra la
faccia meno visibile di una terra, la Sicilia, troppe volte ricordata
solo per il cancro apparentemente incurabile della mafia.
L’occhio dello scrittore si sposta via via sui vari centri
della regione (Palermo, Catania, Gela, Siracusa), come se ognuno
fosse un microcosmo diverso dall’altro. E in ogni città
viene palesato l’impegno di chi vuole sconfiggere questo
torpore marcio che attanaglia il progresso economico e sociale
dell’isola.
Nelle
pagine del libro non v’è odore di arance, il colore
delle zagare in fiore, non si respira l’aria del mare che
osservato dagli scogli sembra più un oceano che il Mediterraneo,
non c’è il silenzio della “siesta” pomeridiana,
il fragore delle domeniche in piazza. E per una volta
scompare anche il sangue delle stragi mafiose, il dolore delle
famiglie colpite, le continue minacce, il lento stillicidio
del racket e del pizzo. Tutto è coperto da una sensazione
ottimistica e vitale, la sensazione di aver trovato una possibile
via d’uscita, una speranza prima nascosta e poi riaffiorata.
La
storia che ci racconta questo giovanissimo autore è una
storia di eroi, una storia di uomini che hanno preso
una strada diversa: la strada del rifiuto, dalla denuncia, della
resistenza. Dire no al racket. Questo è il cammino da percorrere
insieme. E Conticello ci mostra la fisionomia, le carte,
le storie di chi c’è l’ha fatta. Eroi
che, a conti fatti, sono uomini: uomini responsabili, uomini “con
la schiena dritta”, uomini coscienziosi che hanno a cuore
il futuro loro e delle generazioni a venire.
Pagare
il pizzo significa finanziare ogni tipo di illegalità,
significa dare forza e linfa vitale alla criminalità organizzata,
quella che permette di mettere in strada giovani ragazze provenienti
dai paesi più poveri, quella che “uccide” diffondendo
droghe di ogni genere e quella che lo fa spargendo il terrore
nelle strade. L’unica risposta è la resistenza, l’unica
speranza è quella dell’associazionismo,
di gruppi uniti ad aiutare anche il singolo individuo, a diffondere
una cultura antimafiosa, a difendere il diritto di chi dice di
no ad un sistema malato che vede nei politici, locali e nazionali,
molti dei colpevoli.
Questa
“Sicilia che si ribella al pizzo” proposta da Conticello
è un’inchiesta che si muove con gli strumenti
del reportage, con un’attenzione giornalistica e con uno
stile capace di lampi narrativi. In ogni intervista,
in ogni storia, emerge come un fantasma la figura di Libero Grasso,
imprenditore prima minacciato e poi ucciso dalla mafia a Palermo
per essersi rifiutato di pagare il pizzo. Libero Grasso era da
solo e da soli, a lungo andare, si perde. Associazioni come “Addiopizzo”,
di cui si parla nella bella prefazione di Tano Grasso, vanno aiutate
affinché l’intera opinione pubblica affronti questo
problema.
La
morte di Libero Grasso non deve essere dimenticata. Portatori
di questa memoria sono tutti gli uomini che vivono sul filo che
divide il racket dall’antiracket, tutti “quelli che
non pagano”, tutti quelli che dicono “no”. Andrea
Vecchio, Fernando Giovale, Bruno Piazzese, Nino Miceli. Ma anche
tutti quegli altri imprenditori o uomini comuni che nel silenzio,
nell’anonimato, nei piccoli gesti quotidiani combattono
costantemente e coraggiosamente l’estorsione, il pizzo,
il germe che ha colpito molti, troppi siciliani. Conticello li
stana, ce li mette di fronte. Forte è il senso dell’ammirazione,
forte è la speranza: perché anche se è un
piccolo passo, è comunque un qualcosa da cui partire, o
ripartire.
Filippo
Conticello nasce a Catania il 22/06/1983. Ha vinto a
Napoli l'edizione 2007 del premio giornalistico “Giancarlo
Siani” con la tesi specialistica sul racket delle estorsioni
in Sicilia. Giornalista pubblicista, è redattore del portale
di informazione e inchiesta Rivistaonline.com. Ha lavorato
al programma di La7 Italian Job.
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