I
frutti dimenticati di Cristiano Cavina
di
Matteo Chiavarone
Che
Cristiano Cavina fosse bravo l'avevamo capito da subito, sin da
Alla grande, primo intensissimo libro del giovane scrittore
di Casola Valsenio. Ma che lo scrittore di questa novità
autunnale, I frutti dimenticati (Marcos y Marcos
2008), superasse così velocemente il passaggio da promessa
della letteratura nostrana ad autore confermatissimo, palpabile
certezza di un futuro davvero roseo, è sicuramente una
lieta sorpresa. Quest'ultimo lavoro è di fatto
un'opera matura, intelligente, un tributo alla buona
scrittura, al piacere della narrazione, alla voglia di descrivere
con semplicità anche i sentimenti più difficili
da esprimere.
Lo
sfondo è ancora una volta il paese natio, quella Casola
Valsenio, piccola realtà nell'orbita della miriade di microcosmi
che caratterizzano l'Emilia Romagna; il paese come custode
geloso di storie, di leggende, di riti sacri e profani e soprattutto
di personaggi che si aggirano come fantasmi, spiriti
benigni e positivi, tra i luoghi reali e surreali della memoria
collettiva. L'autore torna ancora una volta bambino, questa volta
però senza la mediazione di un alter ego ma in
perfetta tensione-armonia con se stesso adulto. Come se non si
potesse più “fingere”, l'autore ci mette la
faccia, fa nomi e cognomi reali e poco importa se coincidono fisicamente
e psicologicamente ai personaggi di sempre.
In
questo libro non c'è una storia soltanto, ce ne sono almeno
tre: la prima costante in tutte le opere di Cavina è
quella del “fantastico mondo” rappresentato dal nido
familiare e dalle molte creature che vivono nella memoria dell'autore;
la seconda e la terza vivono apparentemente su rette parallele
ma si incontrano, come prevedibile, spessissimo fino a sovrapporsi
totalmente nella coscienza dell'autore e proprio quando, nel
momento stesso in cui rischia di perdere tutto, diventa
padre di uno splendido bambino con i suoi stessi occhi da “unno
invasore” e figlio di un uomo fino ad allora sconosciuto.
Un
padre spuntato all'improvviso, un bambino che sta per arrivare,
un amore appassito lentamente come una piccola agonia. Muoversi
e districarsi in tutti questi mondi che si intrecciano portano
l'autore a confrontarsi con ognuna delle parti in causa, quello
che ne esce fuori è un confronto diretto con la propria
coscienza e con la propria personalissima storia. Così
pezzo dopo pezzo Cavina capisce che non può lasciare tutto
e scappare, facendo in modo che intorno a sé crolli
ogni fondamenta, ma deve reagire per non rimanere sommerso. Un
romanzo che ci getta all'interno delle relazioni familiari, sul
senso e sulle responsabilità di genitori e figli, con uno
stile asciutto, capace di suscitare emozioni attraverso parole
che escono dal cuore, giocando sul filo labile che unisce la creatività
con il reale.
Cristiano
Cavina è nato a Casola Valsenio (Faenza), in provincia
di Ravenna, nel 1974. Cresce con la mamma e i nonni materni in
“un appartamento striminzito” delle case popolari:
traboccante di energia “catastrofica”, si sfianca
sul campo di calcio, macina chilometri in bicicletta. Ascoltando
i racconti nei bar, sviluppa una passione viscerale per le storie:
i libri diventano presto la sua seconda casa. Senza esagerare
con gli studi e lavorando dove capita, comincia a sua volta a
raccontare. Vince qualche concorso letterario; nel 2002 pubblica
il primo romanzo, Alla grande, Premio Tondelli 2006,
amato al punto da essere letto e messo in scena nei teatri e nelle
scuole di tutta Italia e adottato da un intero paese del Piemonte
nell’ambito dell’iniziativa “Volvera legge Alla
grande: un libro in comune”. Dopo Nel paese di Tolintesàc
(2005) piccolo grande best-seller felliniano, e Un’ultima
stagione da esordienti, epica comica e commovente dell’adolescenza,
possiamo dirlo forte: a Casola Valsenio c’è uno scrittore
vero, una delle rivelazioni più sorprendenti della nuova
narrativa italiana.
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