Settimanale online di informazione                                                                                                                                                                                 ANNO II Num. 43 del 1 Dicembre 2008

 

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Il diario di Luigino Scricciolo

 

di Matteo Chiavarone

 

Risulta difficile raccontare la storia di Luigino Scricciolo, una storia tutta italiana di malagiustizia, parole dette e non dette, di politica vissuta non tra i banchi del parlamento. Venti anni in attesa di giustizia (Memori 2006) è un diario al tempo stesso personalissimo e universale, l'esperienza di un uomo costretto a reinventarsi una vita, a lasciare per strada la propria storia, le proprie speranze, il proprio impegno politico e professionale. Due decenni passati tra carcere, arresti domiciliari e isolamenti con due accuse pesantissime gettate addosso; la voce di un pentito più forte della verità, un presente incapace di far dimenticare il passato e la voglia di raccontare la propria vicenda, non per vendicarsi ma per fare in modo che nessun altro subisca lo stesso trattamento.

 

Quando il 4 febbraio 1982, durante i Consigli Generali dei sindacati a Firenze, viene notificato il mandato di cattura a Luigino Scricciolo, allora direttore del Dipartimento Internazionale della UIL, intorno regna l'incredulità. Lo stesso passaggio è da commedia all'italiana: “Sono il Dottor Masone, devo notificarle un mandato di cattura”. “Ora ho da fare, passi più tardi”. “Non ha capito, lei è in arresto per terrirismo”. L'inizio di un qualcosa che non si risolverà con un chiarimento ma con un muro, un muro difficilissimo da penetrare per una persona sicura della sua innocenza. Come nel processo kafkiano Scricciolo non può far altro che convivere o meglio imparare a convivere con la propria situazione; al contrario del Signor K. conosce però il capo d'accusa, falso e pretestuoso. Il cammino verso la Legge è diverso, ma comunque tremendo.

 

Prima accusa: partecipazione a banda armata. Neanche passa un mese: concorso esterno al rapimento del generale Dozier. Di fronte per l'opinione pubblica non si ha più l'uomo, il politico, il sindacalista ma un terrorista, un brigatista rosso unito da un filo invisibile con tutti i rapimenti, gli attentati e le stragi che in quegli anni avevano macchiato di sangue il nostro paese.
Nuova accusa: spionaggio. E poi ancora: attentati all'integrità e l'unità dello stato. Scricciolo invoca prove, grida all'errore, si proclama innocente. E intanto perde tutto: una moglie che divorzierà da lì a poco, la casa, gli amici, la salute. Uno sciopero della fame di un anno, i ricoveri all'ospedale, un corpo ridotto a pesare meno di 50 chilogrammi. Gli arresti domiciliari tardano ad arrivare, due anni e due mesi di carcere duri come un macigno.

 

Nel 1991 è scagionato dalle accuse riguardanti il caso Dozier ma bisogna aspettare ancora dieci anni per il proscioglimento pieno, il 6 settembre 2001, più di 7000 giorni dopo quella tremenda giornata di Firenze. La vicenda che ci racconta Scricciolo è quella di un uomo normale, trapelano emozioni, c'è dolore, pietà, rammarico, delusione. Non c'è invece sete di vendetta e neanche stoicismo o eroismo, quanto mai inutile di questi tempi. C'è la voglia di raccontare per raccontare, la voglia di mettere a disposizione la propria esperienza per non dimenticare, per evitare che si ripetano ingiustizie come queste. La cronaca ci insegna che il gioco dei pentiti ha modificato a suo piacimento il corso della storia di questo paese, e l'Italia ancora una volta ha subito il colpo, senza voltarsi o capire che affondare un uomo innocente è come affondare la legge, il senso comune di giustizia, la fiducia verso le istituzioni, è come affondare se stessi.

 

Luigino Scricciolo, umbro del Lago Trasimeno, nel 1968 aveva vent’anni ed iniziava la militanza politica nella nuova sinistra. Dopo aver militato nel Movimento Studentesco e nell’Unione dei comunisti italiani partecipa alla controinchiesta sulla strage alla Banca dell’Agricoltura di Milano da cui uscirà il volume “La strage di stato” (1970). Collabora alla rivista “Città Futura” e successivamente aderisce a Democrazia Proletaria che lascia nel 1979 per entrare nel Dipartimento internazionale della Uil, di cui diventa responsabile. Il 4 febbraio 1982, viene arrestato a Firenze: è accusato di terrorismo e di spionaggio. Sarà prosciolto in istruttoria da tutte le accusa, vent’anni dopo.




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