Settimanale online di informazione                                                                                                                                                                                 ANNO II Num. 44 - 8 Dicembre 2008

 

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L’Italia e la prostituzione

 

di Donatella Sales

 

Ad oggi sono 70.000 le prostitute, il 50% delle quali straniere, il 20% minorenni, provenienti da circa 60 diversi Paesi del mondo. Oltre nove milioni di clienti (di prestazioni precisano i più ottimisti). Un business stimato intorno ai 150 milioni di euro al mese. Questa la feroce ed inquietante fotografia del fenomeno della prostituzione in Italia. Il boom delle prostitute straniere esplose verso la fine degli anni ’80, dando inizio alla tratta delle nuove schiave: nigeriane, albanesi, sudamericane (soprattutto viados e transessuali) e le ragazze dell’Est Europeo arrivarono in massa. L’illusione di un lavoro onesto ma redditizio, magari come colf o badanti per sfuggire ad una miseria difficile da immaginare e ancor più da sopportare, ben presto si trasforma in un incubo, un inferno quotidiano fatto di torture, violenze e soprusi. Il lavoro onesto non esiste, il costo pagato per arrivare in Italia (fino a 60 mila euro) nella speranza di una vita migliore, diventa un debito da rimborsare ai propri aguzzini con la libertà, l’integrità e, spesso, la vita.

 

Queste moderne schiave si prostituiscono sulle strade (per la maggior parte), nei locali notturni o in vere e proprie case per appuntamenti. Picchiate, stuprate, seviziate, ricattate da organizzazioni criminali senza scrupoli che fanno della tratta e dello sfruttamento sessuale la principale fonte di guadagno. Costrette a vendersi per 30 euro (questo il prezzo medio per prestazione) sulle strade più trafficate delle grandi città italiane, anche per dieci ore al giorno. Ragazze ”che ogni sera scendono in strada senza sapere se ritorneranno, perché sono almeno duecento quelle che negli ultimi anni sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte”. Seminude, al freddo o sotto il sole rovente, di notte e di giorno, i clienti non mancano mai. Già, i clienti! Tutti mariti devoti e bravi padri di famiglia, che si sentono in diritto di fare qualsiasi cosa solo perché tirano fuori pochi euro, che chiedono, che pretendono ragazze sempre più giovani e remissive, ma non vogliono vederle sotto casa, perché “quello spettacolo sulle strade è una vergogna”. Basta che vadano un po’ più in là. E non provate a chiamarle schiave, la tratta non esiste, “quelle” lo fanno perché amano i soldi facili e non hanno intenzione di spaccarsi la schiena per uno stipendio da fame. Non ci sono vittime, solo avide professioniste ed ingenui clienti costretti a cercare a pagamento ciò che mogli e fidanzate crudeli rifiutano di concedere; “la soddisfazione sessuale è un bisogno tipico del maschio”, è un istinto naturale. Dunque, se cercate dei colpevoli, le indiziate principali sono sempre le donne. Non gli uomini oppressori, le donne!

 

Nel luglio scorso, proprio per ovviare all’indecenza delle prostitute che scandalizzano gli innocenti automobilisti, il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge "Misure contro la prostituzione" presentato dal ministro delle Pari Opportunità Mara Carfagna che si concentra sulla prostituzione in strada, definita come un fenomeno che procura "allarme sociale", introducendo il divieto di prostituirsi in luoghi aperti (strade, parchi, ecc.) e l'arresto, da 5 a 15 giorni unito, naturalmente, al pagamento di una multa dall'importo compreso fra i 200 ed i 3mila euro, per lucciole e clienti colti in flagranza di reato. Aumentate, inoltre, dai 6 ai 12 anni di carcere e multe che possono raggiungere i 150mila euro, le sanzioni per il reato di sfruttamento della prostituzione minorile.

Il provvedimento del ministro Carfagna modifica la legislazione italiana in materia di prostituzione, che a cinquant’anni dalla sua approvazione era ancora regolata dalla legge 20 febbraio 1958, n. 75, la famosa, o per alcuni famigerata, legge Merlin, che prese il nome dalla sua promotrice, Angela Merlin detta Lina, e concludeva un percorso decennale iniziato nel 1948 dalla stessa senatrice socialista. Era appunto il 20 febbraio 1958 e con 385 sì e 115 no la legge che sostanzialmente aboliva la regolamentazione della prostituzione in Italia, decretando la chiusura delle “case di tolleranza” (o “case chiuse”, istituite da Cavour nel 1860) fu approvata dal Parlamento. Con questa legge, che non rendeva illegale la prostituzione tout-court, mentre considerava reato lo sfruttamento e il favoreggiamento, l’Italia, più volte sollecitata dall’Onu, si uniformò alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) che esortava gli stati firmatari a rendere concreta “la repressione della tratta degli essere umani e lo sfruttamento della prostituzione”.

 

La legge Merlin andava necessariamente riformata, ma se non altro, nasceva dall’intenzione di tutelare la dignità delle donne e il loro diritto, sancito dalla Costituzione, ad una libera e reale partecipazione alla vita sociale. Il disegno di legge del ministro delle Pari Opportunità ha l’unico scopo di nascondere la polvere sotto il tappeto. L’indiscutibile esigenza di combattere il racket della prostituzione meritava e merita riflessioni più approfondite e interventi meno ipocriti che vadano oltre il semplice decoro delle strade pubbliche. Vietare la prostituzione in strada come fa il ddl Carfagna, produrrà un solo risultato: spingere le ragazze verso il sommerso degli appartamenti, dove “chi è sfruttato lo sarà ancora di più, invisibile per forze dell’ordine e operatori sociali”.

 

Costringere le prostitute ad esercitare clandestinamente la loro professione tra le mura domestiche non rappresenta un modo efficace e concreto per contrastare e debellare il fenomeno dello sfruttamento. Da più parti, sempre più spesso, si levano voci antiproibizioniste, i sostenitori della riapertura delle “case chiuse” o della legalizzazione della prostituzione, con relative tasse pagate dalle “operatrici del sesso” (il politically correct impera), si dicono certi che in questo modo le donne che decideranno di prostituirsi, lo faranno unicamente per libera scelta e, saranno inevitabilmente più libere e sicure, nonché felici di fare quello che fanno.

 

Foto: http://www.periodicamente.it

Letture consigliate
:
Maragnani Laura, Aikpitanyi Isoke, Le ragazze di Benin City. La tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d'Italia, Melampo, Milano, 2007


Uba Wendy, Monzini Paola, Il mio nome non è Wendy, Laterza, Bari-Roma, 2007

 


 

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