L’Italia
e la prostituzione
di
Donatella Sales
Ad
oggi sono 70.000 le prostitute, il 50% delle quali straniere,
il 20% minorenni, provenienti da circa 60 diversi Paesi del mondo.
Oltre nove milioni di clienti (di prestazioni
precisano i più ottimisti). Un business stimato intorno
ai 150 milioni di euro al mese. Questa la feroce ed inquietante
fotografia del fenomeno della prostituzione in Italia. Il boom
delle prostitute straniere esplose verso la fine degli
anni ’80, dando inizio alla tratta delle nuove schiave:
nigeriane, albanesi, sudamericane (soprattutto viados e transessuali)
e le ragazze dell’Est Europeo arrivarono in massa. L’illusione
di un lavoro onesto ma redditizio, magari come colf o badanti
per sfuggire ad una miseria difficile da immaginare e ancor più
da sopportare, ben presto si trasforma in un incubo, un inferno
quotidiano fatto di torture, violenze e soprusi. Il lavoro
onesto non esiste, il costo pagato per arrivare in Italia
(fino a 60 mila euro) nella speranza di una vita migliore, diventa
un debito da rimborsare ai propri aguzzini con la libertà,
l’integrità e, spesso, la vita.
Queste
moderne schiave si prostituiscono sulle strade
(per la maggior parte), nei locali notturni o in vere e proprie
case per appuntamenti. Picchiate, stuprate, seviziate, ricattate
da organizzazioni criminali senza scrupoli che fanno della tratta
e dello sfruttamento sessuale la principale fonte di guadagno.
Costrette a vendersi per 30 euro (questo il prezzo
medio per prestazione) sulle strade più trafficate delle
grandi città italiane, anche per dieci ore al giorno. Ragazze
”che ogni sera scendono in strada senza sapere se ritorneranno,
perché sono almeno duecento quelle che negli ultimi anni
sono state accoltellate, strangolate, uccise a furia di botte”.
Seminude, al freddo o sotto il sole rovente, di notte e di giorno,
i clienti non mancano mai. Già, i clienti! Tutti
mariti devoti e bravi padri di famiglia, che
si sentono in diritto di fare qualsiasi cosa solo perché
tirano fuori pochi euro, che chiedono, che pretendono ragazze
sempre più giovani e remissive, ma non vogliono vederle
sotto casa, perché “quello spettacolo sulle strade
è una vergogna”. Basta che vadano un po’ più
in là. E non provate a chiamarle schiave, la tratta non
esiste, “quelle” lo fanno perché amano i soldi
facili e non hanno intenzione di spaccarsi la schiena per uno
stipendio da fame. Non ci sono vittime, solo avide professioniste
ed ingenui clienti costretti a cercare a pagamento ciò
che mogli e fidanzate crudeli rifiutano di concedere; “la
soddisfazione sessuale è un bisogno tipico del maschio”,
è un istinto naturale. Dunque, se cercate dei colpevoli,
le indiziate principali sono sempre le donne. Non gli uomini oppressori,
le donne!
Nel
luglio scorso, proprio per ovviare all’indecenza delle prostitute
che scandalizzano gli innocenti automobilisti, il Consiglio dei
ministri ha approvato il disegno di legge "Misure
contro la prostituzione" presentato dal ministro
delle Pari Opportunità Mara Carfagna che
si concentra sulla prostituzione in strada, definita come un fenomeno
che procura "allarme sociale", introducendo il divieto
di prostituirsi in luoghi aperti (strade, parchi, ecc.)
e l'arresto, da 5 a 15 giorni unito, naturalmente,
al pagamento di una multa dall'importo compreso fra i 200 ed i
3mila euro, per lucciole e clienti colti in flagranza di reato.
Aumentate, inoltre, dai 6 ai 12 anni di carcere e multe che possono
raggiungere i 150mila euro, le sanzioni per il reato di sfruttamento
della prostituzione minorile.
Il provvedimento del ministro Carfagna modifica la legislazione
italiana in materia di prostituzione, che a cinquant’anni
dalla sua approvazione era ancora regolata dalla legge
20 febbraio 1958, n. 75, la famosa, o per alcuni famigerata,
legge Merlin, che prese il nome dalla sua promotrice,
Angela Merlin detta Lina, e concludeva un percorso decennale iniziato
nel 1948 dalla stessa senatrice socialista. Era appunto il 20
febbraio 1958 e con 385 sì e 115 no la legge che sostanzialmente
aboliva la regolamentazione della prostituzione in Italia, decretando
la chiusura delle “case di tolleranza”
(o “case chiuse”, istituite da Cavour nel 1860) fu
approvata dal Parlamento. Con questa legge, che non rendeva illegale
la prostituzione tout-court, mentre considerava reato lo sfruttamento
e il favoreggiamento, l’Italia, più volte sollecitata
dall’Onu, si uniformò alla Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo (1948) che esortava
gli stati firmatari a rendere concreta “la repressione della
tratta degli essere umani e lo sfruttamento della prostituzione”.
La
legge Merlin andava necessariamente riformata, ma se non altro,
nasceva dall’intenzione di tutelare la dignità delle
donne e il loro diritto, sancito dalla Costituzione, ad una libera
e reale partecipazione alla vita sociale. Il disegno di legge
del ministro delle Pari Opportunità ha l’unico scopo
di nascondere la polvere sotto il tappeto. L’indiscutibile
esigenza di combattere il racket della prostituzione meritava
e merita riflessioni più approfondite e interventi meno
ipocriti che vadano oltre il semplice decoro delle strade pubbliche.
Vietare la prostituzione in strada come fa il ddl Carfagna, produrrà
un solo risultato: spingere le ragazze verso il sommerso degli
appartamenti, dove “chi è sfruttato lo sarà
ancora di più, invisibile per forze dell’ordine e
operatori sociali”.
Costringere
le prostitute ad esercitare clandestinamente la loro professione
tra le mura domestiche non rappresenta un modo efficace e concreto
per contrastare e debellare il fenomeno dello sfruttamento. Da
più parti, sempre più spesso, si levano voci antiproibizioniste,
i sostenitori della riapertura delle “case chiuse”
o della legalizzazione della prostituzione, con
relative tasse pagate dalle “operatrici
del sesso” (il politically
correct impera), si dicono certi che in questo modo le donne
che decideranno di prostituirsi, lo faranno unicamente per
libera scelta e, saranno inevitabilmente più libere
e sicure, nonché felici di fare quello che fanno.
Foto:
http://www.periodicamente.it
Letture consigliate:
Maragnani Laura, Aikpitanyi Isoke, Le ragazze di Benin
City. La tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi
d'Italia, Melampo, Milano, 2007
Uba Wendy, Monzini Paola, Il mio nome non è Wendy,
Laterza, Bari-Roma, 2007
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