Settimanale online di informazione                                                                                                                                                                                 ANNO II Num. 42 del 24 Novembre 2008

 

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di Stefano Giovinazzo

 


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Natale al cinema, con il "rito" del film comico

 

di Francesca Zottola

 

Tutti gli anni la stessa storia. Dal lontano 1983 a oggi, Natale, fa rima con Vacanze di Natale. Che sia Miami o l’Egitto, Cortina o Aspen, che sia in coppia o uno contro l’altro, poco cambia e di sicuro non manca, l’ormai troppo scontato, polverone sollevato. Con la pubblicazione ufficiale del palinsesto cinematografico per le feste, infatti, l’opinione pubblica si divide automaticamente in tre. C’è chi si chiede se la settima arte possa accettare inquadrature approssimative e trame sempre uguali, chi pensa agli incassi stellari e alla coda davanti al botteghino, impensabile durante tutto l’arco dell’anno, e chi finge di non occuparsene. Fatto sta che tutti ne parlano e che i soliti noti non si stancano mai di esibire i propri “faccioni” per tutto il tubo catodico in un estenuante tour di prezzemolate televisive promozionali. In un tempo in cui cinepanettone, al quale seguirà ben presto anche cinecocomero, e tronista sdoganano la frontiera dello slang parlato e diventano parole della lingua italiana, comparendo sull’edizione 2009 dello Zingarelli, non c’è da stupirsi che il Natale si sposti a fine novembre per sfruttare l’onda positiva e portare nelle sale un pubblico più vasto e trasversale possibile.


Quando Alberto Sordi e Vittorio De Sica, nel 1959, girarono la commedia poco brillante,e per questo ispiratrice, Vacanze d’inverno, non potevano sapere, ma, come la Ventura nazionale insegna, «il popolo è sovrano» e se nell’82 sgomitava per volare con la fantasia nel cestello con E.T. oggi, in piena recessione economica, ma anche culturale, il genere “Levante, poppe e culo??”, tira di più.

 

Struttura diegetica ripetitiva, fatta di episodi slegati, tenuti insieme da un’unità di luogo e di spazio temporale, intrecci e caratterizzazioni pittoresche di personaggi improbabili seduttori e combina guai. Nessun colpo di scena o cambiamento di rotta, se non la comparsata di protagonisti di spessore, ma sempre e comunque spaesati.

 

Se è vero, eccome se lo è, che, ogni stagione, i cinepanettoni arrivano ad occupare il 90% degli schermi italiani e a costituire il più grande fenomeno cinematografico del nostro paese, forse è il momento di chiedersi: serve lamentarsi? L’azienda cinema, in fondo, risponde a una domanda insistente, regala spensieratezza, finge tranquillità e racconta una morale paninara e decisamente meno triste di quella quotidiana.

 

Quali sono le colpe allora?

Primo, sottovalutare l’intelligenza altrui: frivolezza non significa banalità e evasione non è volgarità.


Secondo, non dare alternative non significa vincere. 2000 sale cinematografiche contro le 20 degli altri film non è democrazia e se non abiti a Milano, Roma o Firenze lo è ancora meno.


Terzo, l’arte popolare rimane pur sempre arte. Ricerca, perfezione e competenza, sfida e passione sono le norme di un contratto immaginario pertanto sarebbe dovere, di chi ne usufruisce i meriti, rispettarne i dogmi.

PER SAPERNE DI PIU’:

Leggere Cineforum Vedere tanti film, 365 giorni all’anno


 

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