Natale
al cinema, con il "rito" del film comico
di
Francesca Zottola
Tutti
gli anni la stessa storia. Dal lontano 1983 a oggi, Natale, fa
rima con Vacanze di Natale. Che sia Miami o l’Egitto,
Cortina o Aspen, che sia in coppia o uno contro l’altro,
poco cambia e di sicuro non manca, l’ormai troppo scontato,
polverone sollevato. Con la pubblicazione ufficiale del palinsesto
cinematografico per le feste, infatti, l’opinione pubblica
si divide automaticamente in tre. C’è chi si chiede
se la settima arte possa accettare inquadrature approssimative
e trame sempre uguali, chi pensa agli incassi stellari e alla
coda davanti al botteghino, impensabile durante tutto l’arco
dell’anno, e chi finge di non occuparsene. Fatto sta che
tutti ne parlano e che i soliti noti non si stancano mai di esibire
i propri “faccioni” per tutto il tubo catodico in
un estenuante tour di prezzemolate televisive promozionali. In
un tempo in cui cinepanettone, al quale seguirà ben presto
anche cinecocomero, e tronista sdoganano la frontiera dello slang
parlato e diventano parole della lingua italiana, comparendo sull’edizione
2009 dello Zingarelli, non c’è da stupirsi che il
Natale si sposti a fine novembre per sfruttare l’onda positiva
e portare nelle sale un pubblico più vasto e trasversale
possibile.
Quando Alberto Sordi e Vittorio De Sica, nel
1959, girarono la commedia poco brillante,e per questo ispiratrice,
Vacanze d’inverno, non potevano sapere, ma, come la Ventura
nazionale insegna, «il popolo è sovrano» e
se nell’82 sgomitava per volare con la fantasia nel cestello
con E.T. oggi, in piena recessione economica, ma anche culturale,
il genere “Levante, poppe e culo??”, tira di più.
Struttura
diegetica ripetitiva, fatta di episodi slegati, tenuti
insieme da un’unità di luogo e di spazio temporale,
intrecci e caratterizzazioni pittoresche di personaggi improbabili
seduttori e combina guai. Nessun colpo di scena o cambiamento
di rotta, se non la comparsata di protagonisti di spessore, ma
sempre e comunque spaesati.
Se
è vero, eccome se lo è, che, ogni stagione, i cinepanettoni
arrivano ad occupare il 90% degli schermi italiani e a costituire
il più grande fenomeno cinematografico del nostro paese,
forse è il momento di chiedersi: serve lamentarsi? L’azienda
cinema, in fondo, risponde a una domanda insistente, regala spensieratezza,
finge tranquillità e racconta una morale paninara e decisamente
meno triste di quella quotidiana.
Quali
sono le colpe allora?
Primo,
sottovalutare l’intelligenza altrui: frivolezza non significa
banalità e evasione non è volgarità.
Secondo, non dare alternative non significa vincere.
2000 sale cinematografiche contro le 20 degli altri film non è
democrazia e se non abiti a Milano, Roma o Firenze lo è
ancora meno.
Terzo, l’arte popolare rimane pur sempre
arte. Ricerca, perfezione e competenza, sfida e passione sono
le norme di un contratto immaginario pertanto sarebbe dovere,
di chi ne usufruisce i meriti, rispettarne i dogmi.
PER
SAPERNE DI PIU’:
Leggere
Cineforum Vedere tanti film, 365 giorni all’anno
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