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Moschee,
gli italiani vogliono decidere
di
Fabio Miceli
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prepotentemente d’attualità un argomento che più
volte è già finito agli onori delle cronache a causa
della sua importanza. Gli italiani, volenti o nolenti, dividono
il proprio di territorio con una foltissima delegazione di cittadini
(in prevalenza nordafricani) professanti la religione mussulmana,
fortemente credente ma soprattutto meticolosamente praticante
il proprio culto.
Se a un cattolico per essere definito praticante viene chiesto
di recitare qualche preghiera quotidiana e recarsi alla messa
della domenica, chi è devoto ad Allah spende diligentemente
gran parte della sua esistenza nell’ impegnarsi nel rispettare
alla lettere ogni indicazione fornita dal Corano. Compreso il
rigidissimo “Ramadam”.
E in Italia li si mette nelle condizioni di farlo, infatti le
moschee nel nostro paese sono sempre di più. Crescono a
un ritmo forsennato, ne nasce una ogni quattro giorni, come rivela
l’ultima indagine del Cesis, il Centro
nazionale dei servizi di sicurezza. Erano 351 nel 2000,
735 a inizio 2007, oggi sono oltre ottocento. Spesso sorgono in
luoghi pubblici, altre volte nascoste in garage e fabbriche abbandonate.
Ma non esiste alcuna mappa ufficiale, quindi limitate capacità
di controllo di cosa succeda all’interno di questi “covi”,
veri e propri punti di ritrovo e di scambio culturale dei fedeli.
Ed è proprio questa limitata capacità di controllo
al loro interno la causa scatenante del caso più discusso
degli ultimi giorni. Da quanto diffuso dalle agenzie, Digos e
Polizia, grazie all’uso di intercettazioni fornite da cimici
sapientemente posizionate, hanno sgominato una mini banda di fondamentalisti
avente come base la moschea Onlus Pace di Macherio (MI). Organizzavano
una serie attentati una serie di attentati, a Milano,
in punti strategici come la Caserma Perucchetti dell’Esercito
e l'ufficio immigrazione della questura del capoluogo lombardo.
Le due menti dell’operazione erano Ilami Rachid, 42 anni,
e Abdelkader Ghaffir, 31 anni, due marocchini residenti nel capoluogo,
l’accusa a loro carico è inquietante. Terrorismo.
Tra i pochi particolari emersi i due marocchini non appartengono
direttamente ad Al Qaeda, ma era a questo gruppo che si sentivano
legati. la loro azione, al quanto rudimentale, rivela anche le
limitata disponibilità economiche a disposizione del progetto,
costruito in gran parte grazie a informazioni apprese su internet
(come l’utilizzo di una bombola d’ossigeno come esplosivo).
A inchiodare gli attentatori alcune frasi da loro pronunciate
nei locali del centro culturale di Macherio, dove si svolgevano
delle riunioni serali alle quali partecipavano anche altre cinque
o sei persone. I toni usati nei dialoghi erano decisamente fondamentalisti
"Ci vuole qualcosa che rimanga nella storia, così
avresti il riconoscimento di Dio e raggiungeresti la grazia di
Dio", si sente in una delle registrazioni risalenti
a settembre 2008. "L'Italia uccide a Kabul, dobbiamo
vendicarci". Il discorso poi si accende e si fornisce
qualche altro particolare:
"Ti voglio dire, per esempio, se entrassi in una caserma
dei carabinieri, dove ci sono 10 o 15 militari e li terrorizzassi...”.
“Con questi miscredenti - si dicono Rachid e Ghafir
- non si può trovare il modo di collaborare... pensa
agli italiani mandati in Afghanistan, vanno lì e ammazzano
solo gli innocenti... dobbiamo praticare la Jihad qui, abbiamo
a portata di mano questa roba qui... io combatto, giuro che combatto...
io e te dobbiamo fare i sopralluoghi, individuare gli obiettivi...
.A Natale andrò in Duomo e metterò qualche bomba
cinese - si dicono ancora i due - le vendono i cinesi,
fanno pum, di quelle, con i nostri soldi possiamo comprarne anche
cento o duecento pezzi... li mettiamo in una macchina".
E poi ancora: "Servono le bombe di gas - dice ancora
Rachid - te lo giuro su Dio... esplode tutto insieme... ci
vuole una pianificazione studiata bene". "Certi
fratelli vendono l'esplosivo... sono dei combattenti dei musulmani,
perché loro dci ammazzano i figli e allora anche noi dobbiamo
ammazzare i loro figli".
La
continua crescita in Italia di moschee e centri culturali più
o meno ufficiali, in seguito a questo ennesimo caso di attività
volte atte a finanziare il terrorismo ha accesso un forte dibattito
fra le massime cariche istituzionali (un altro precedente
clamoroso il processo a carico dell’Imam della moschea di
Milano terminato con il proscioglimento dell’imputato per
prescrizione). Il Ministro dell’Interno Roberto
Maroni ha prendere una posizione forte e decisa come
il proponimento di una Moratoria di due anni, la sospensione della
scadenza di una obbligazione concessa per legge quando sopraggiungono
casi eccezionali, sulla costruzione delle Moschee in modo da garantire
. capillari controlli in tutti i centri culturali islamici attualmente
presenti.
''Le moschee veri luoghi di culto in Italia sono due, una
a Roma e una a Milano; di moschee tra vingolette, che non sono
solo moschee, negli ultimi anni ne e' stata aperta una ogni 4-5
giorni Bisogna attivarsi, bisogna accendere un riflettore su questi
luoghi, questi siti che non sono mai denominati moschee, ma sono
centri culturali dove si fa di tutto, si fa somministrazione di
cibo, si fa scuola, e si fa anche - in alcuni casi, e' dimostrato
- reclutamento e finanziamento per attivita' terroristiche”.
Difficile
sbilanciarsi con l’ombra del pericolo di cadere in discorsi
razzisti e superficiali dietro l’angolo. In Italia esiste
la libertà di culto e di religione ed è cura dello
Stato e dei Comuni soddisfare il bisogno dei credenti. Il Papa
in risposta al Ministro Maroni si era invece schierato alla continuazionenella
costruzione di sempre nuovi luoghi di culto. Ma d’altro
canto sul piatto vi è l’incolumità
dei cittadini. In tema di Moschee dunque quindi la soluzione
più obiettiva sembra quella del vicesindaco del capoluogo
meneghino Riccardo Decorato. Siamo in democrazia, lasciamo ai
numeri la responsabilità di sentenziare un verdetto.
“A Milano ogni venerdì ci sono 3.000 musulmani
che pregano in 5 luoghi diversi, di cui due sono strutture comunali.
Nuovi spazi di preghiera? Sarebbe più corretto interpellare
i milanesi con un Referendum e subordinare la scelta al loro consenso.
Sua Eminenza parla giustamente in toni ecumenici, ma il comune
di Milano deve tenere conto di fattori molto concreti, e in primo
luogo la sicurezza dei cittadini”.
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